POTENZA - Quello fatto suonare dal report di Federconsumatori, Cgil e Fondazione Isscon sul gioco d’azzardo online è solo l’ultimo dei campanelli che dovrebbero ricordare a tutti quanto il rischio “mafia” resti concreto e attuale anche nella nostra piccola Basilicata. Il dato di Francavilla in Sinni (oltre 61 milioni di euro di gioco d’azzardo on line nel 2025, pari a circa 22mila per ogni potenziale giocatore) dimostra come l’attuale priorità della criminalità organizzata sia quella di accumulare profitti illeciti e “ripulirli” nel circuito dell’economia legale. Una mafia che continua ad evolvere, a mutare in modo sempre più strisciante e fluido e apparentemente invisibile, ma non senza lasciare tracce. Argomento che abbiamo deciso di approfondire con don Marcello Cozzi, coordinatore Irfi (Istituto di ricerca e di formazione interdisciplinare sui fenomeni delle mafie e della corruzione), da decenni profondo conoscitore non solo della realtà lucana ma dell’intero Meridione.
Don Marcello, oggi cos’è la mafia? "La mafia come l’abbiamo conosciuta nella storia recente del nostro Paese non esiste più, o meglio, per quanto restino in molti territori, soprattutto del sud, le radici ataviche di gruppi criminali che perpetuano codici, riti e modalità antiche, è fuor di dubbio che le mafie oggi sono un’altra Cosa, e che, soprattutto dopo le stagioni delle stragi ad opera dei “corleonesi”, che hanno costituito una sorta di anomalia nel panorama di Cosa Nostra, sono ritornate nel classico alveo del silenzio a loro da sempre congeniale. Se da un lato continuano ad esistere vecchie modalità di presenza mafiosa, sia nei riti e nei linguaggi che negli affari, dall’altro, attraverso l’evoluzione su vasta scala di questi stessi affari, stanno ritornando a proporsi come una sorta di welfare parallelo, cioè un’offerta che risponde a una domanda, cosa che tra l’altro hanno sempre fatto sin da tempi più antichi. Basti pensare a cosa è significato per i latifondisti mafiosi praticare l’usura a sostegno dei contadini nella Sicilia di fine Ottocento, ma anche il sistema di clientele creato assicurando posti di lavoro ed elargendo favori di vario tipo, anche queste alcune delle attenzioni più antiche delle mafie storiche. Antonino Cutrera, un poliziotto palermitano esperto di cose di mafia, più di un secolo fa diceva che “la clientela, conseguenza necessaria dei partiti politici, è la causa suprema per la quale la mafia trovasi potente, onde occorre distruggere la clientela per abbattere la mafia”.
E in Basilicata, invece, cosa sta succedendo? "Oggi anche in Basilicata il fenomeno mafioso va letto e analizzato con lenti diverse rispetto a quelle che venivano usate anche solo fino a dieci/quindici anni fa, e, anzi, proprio in una regione come questa nella quale le mafie non si sono mai manifestate con quella violenza riscontrata nelle regioni a noi limitrofe, se vogliamo seguire le loro tracce dobbiamo avere la capacità di intercettare linguaggi e modalità diverse, a loro più congeniali, come per esempio il controllo sociale, politico e culturale che crea appunto il sistema della clientela. In fondo è quello a cui si riferiva Carlo Alberto Dalla Chiesa quando nel 1982 parlava di “una rete mafiosa di controllo” che grazie a “mani insospettabili sta nei punti chiave, assicura rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere” e aggiungeva che “gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti”. Questo non sta a significare che la mafia in Basilicata non va più cercata nei perimetri sanciti dal 416 bis – cosa che anche nella storia giudiziaria di questa regione non è mancata – ma commetteremmo un errore madornale se la cercassimo solo lì e solo seguendo le tracce del sangue. Penso sempre più che se in Basilicata vogliamo intercettare le traiettorie mafiose dobbiamo uscire dai contorni del 416 bis e dobbiamo anche accettare di non chiamarla necessariamente 'mafia'".
Dove bisogna andare a cercare la mafia oggi in Basilicata? "Fuori e oltre quei perimetri giudiziari io in Basilicata vedo sempre più una cosa fluida, un mondo di alta borghesia, con tanto di nomi e cognomi, fatto di vari mondi, senza escluderne nessuno, impiantato su relazioni corte e malate, solidificato da scambio di favori di qualunque tipo, posti di lavoro agli amici, scatti di carriera per gli amici degli amici, interessi finanziari di vario tipo, condizionamento dei decisivi gangli politici, sociali, culturali ed economici della regione, ricatti e controricatti, e magari anche feste private e magari, per non farsi mancare niente, anche qualche vizietto come quello sempre più dilagante della cocaina. È un sistema che si muove secondo logiche massoniche, ma anche qui sbaglieremmo se tentassimo di rinchiuderlo rigorosamente in quei confini. E come accade quando ci si muove con modi tipici delle mafie e della massoneria, è un sistema che non esita ad eliminare chi percepisce come un corpo estraneo, chi gli si oppone, chi non agevola i loro affari o anche chi ha capito tutto. E lo fa come ormai da tempo accade in questo Paese: denigra, delegittima, emargina, rimuove".
Diventa allora importante il ruolo della comunità... "C’è un’antimafia sociale, e non, che in questo Paese è cresciuta tanto almeno negli ultimi trent’anni, che ha costituito un argine importante all’assalto mafioso delle istituzioni democratiche, ma se oggi in quest’azione, in Basilicata come altrove, vuole essere ancora più decisiva deve avere la capacità anch’essa di cambiare registri e linguaggi, come hanno fatto le mafie, di non inseguire più necessariamente sangue e soldi sporchi, ma di posizionarsi sul fronte della resistenza civile, dell’impegno sociale e di una rinnovata narrazione culturale perché l’illegalità, ormai sdoganata e normalizzata, si muove alla luce del sole su terreni dove la realtà è stata capovolta e le cose non sempre si chiamano con il loro nome. Nemmeno la mafia".