Casi Nicastro e Parisi e tamponi sotto mentite spoglie, il 5 dicembre il verdetto del gup sulle richieste di rinvio a giudizio

POTENZA – Slitta al 5 dicembre la decisione del gup del tribunale di Potenza, Lucio Setola, sulla richiesta di rinvio a giudizio avanzata dal procuratore aggiunto Maurizio Cardea per dieci persone, coinvolte a vario titolo nell’inchiesta sulla morte dei potentini Antonio Nicastro e Palmiro Parisi, stroncati dal Covid nella primavera 2020 dopo essere stati sottoposti in ritardo al tampone e sui test effettuati sotto mentite spoglie da alcuni dirigenti e operatori sanitari lucani. Nell’udienza di ieri si è proceduto alla citazione di Asp (compreso il Dipartimento-Urgenza del 118) e ospedale San Carlo come responsabili civili e alle prime discussioni di accusa, parti civili e alcuni difensori.

Tra gli imputati spiccano i nomi dell’attuale direttore generale facente funzione dell’Asp, Luigi D’Angola (all’epoca dei fatti direttore sanitario) e del direttore facente funzione dell’Unità di Igiene e Sanità Pubblica, Michele De Lisa, accusati di concorso in rifiuto in atti d’ufficio per non aver tempestivamente sottoposto al tampone Antonio Nicastro. Il dirigente medico del pronto soccorso in servizio il giorno del mancato ricovero del 67enne blogger potentino, Silvana Di Bello, è accusata di responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario. L’accusa di rifiuto in atti d’ufficio riguarda anche Nicola Manno, dirigente dell’Unità Igiene e Sanità Pubblica dell’Asp, incaricato di effettuare la valutazione clinica telefonica del paziente e tre infermiere, Carmelina Mazza, Maria Tamburrino e Maria Neve Gallo, addette al centralino del servizio 118 di Potenza in occasione delle richieste telefoniche effettuate da Nicastro e Parisi. Un secondo filone d’inchiesta riguarda tamponi effettuati “sotto mentite spoglie”. Il coordinatore della task force regionale contro il Covid, Michele Labianca e il direttore medico del San Carlo, Angela Pia Bellettieri, sono accusati di falso in atto pubblico per essersi sottoposti al tampone senza sintomi o contatti sospetti per poi falsificare i propri nomi apposti sui moduli di richiesta del test anti-Covid per mascherare l’esecuzione dello stesso. Concorre nel reato anche la coordinatrice del reparto di Malattie Infettive, Pasqualina Sarli, accusata di aver offerto la propria collaborazione.