Cultura, Sacco e la promessa mancata della Regione di non disperdere il “tesoro” di libri di Olivetti

MATERA – Questa volta non ha potuto imporre la sua volontà. Come era suo solito. Leonardo Sacco è andato via senza protestare. Rassegnato. Laicamente. Questa volta non è andato controcorrente. Non ha polemizzato, perchè sulla sua strada non ha trovato nè un democristiano, nè un comunista. Non ha potuto neppure imporre la sua idea di sempre, quel liberalsocialismo che lo ha accompagnato per i suoi 94 anni di vita. Negli ultimi tempi, l’udito lo aveva in parte abbandonato e questa condizione in realtà lo favoriva: non sentiva le ragioni dell’altro. Avevano peso assoluto soltanto le sue. Non le mandava a dire. Polemizzava e difendeva scelte e valori di cui è stato sempre protagonista. L’altro era un’entità astratta. Salvo negli ultimi tempi quando confidava di aver bisogno di chi gli scrivesse a macchina o a computer un altro libro che avrebbe voluto dare al le stampe. Se qualcuno osava controbatterlo, sapeva benissimo di essere un perdente. Non sopportava la classe dirigente di oggi. Meno che meno i burocrati, di cui non concepiva la loro esistenza. Il Maestro era irascibile, collerico, furioso. Il suo amico di sempre è stato Carlo Levi, ma con Levi aveva polemizzato (pur avendo ragione, il medico-confinato gli portava in regalo un suo dipinto e si riappacificava con Leonardo). Il suo solido meridionalismo, allergico alle due Italie, lo aveva costruito insieme con Giuseppe Galasso. Aveva conosciuto e condiviso molte scelte con Rocco Scotellaro, Manlio RossiDoria, Vittore Fiore, Guido Dorso, ma anche con Adriano Olivetti, che a La Martella voleva realizzare una copia del suo modello culturale-imprenditoriale della sua Ivrea.

 

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