Ecco la verità su Macchia e il bando Ismea

di Nino Grasso

POTENZA- Un’inchiesta della Procura della Repubblica di Potenza avviata nel 2020, con misure cautelari chieste un anno fa ed eseguite solo in questi giorni, di cui l’interessato ha appreso l’esistenza, senza aver mai ricevuto un avviso di garanzia, solo leggendo gli atti consegnati dai magistrati ai giornalisti, ha ingiustamente coinvolto – come abbiamo scritto ieri – l’editore della “Nuova”, Donato Macchia. Il quale è stato accusato, nell’ambito di un presunto reato “minore” (rispetto al filone principale che ipotizza l’associazione mafiosa per il clan Di Muro-Delli Gatti) di tentata turbativa d’asta, sanzionata dall’articolo 353 del codice penale.
In un faldone di oltre quattromila pagine, con una trentina di allegati che verranno messi a disposizione dei legali incaricati solo nelle prossime ore, le intercettazioni nelle quali Donato Macchia è direttamente coinvolto sono due, stando alle carte fino ad ora consultabili. La prima del 24 luglio 2020, nella quale parla con Lorenzo Delli Gatti (teorico dominus di tutta l’operazione) della durata di 1 minuto e 23 secondi, volta semplicemente a concordare un incontro che si sarebbe poi tenuto due giorni dopo nell’azienda di Melfi, di proprietà dell’editore, nella quale l’altro svolge attività di prima manutezione-custodia, previa emissione di fattura. E la seconda telefonata del 26 luglio 2020: durata 1 minuto e 33 secondi, nella quale la voce dell’imprenditore viene ascoltata fuori “cornetta”, come scrivono gli inquirenti, mentre Lorenzo Delli Gatti parla con il presunto “complice” della turbativa d’asta: il presidente della squadra di calcio del Melfi, Lorenzo Giovanni Navazio.
Particolare importante: Macchia e Navazio non si conoscevano. Né mai, prima di allora, avevano avuto modo di entrare in contatto per ragioni di affari, come del resto si evince dal tono dello stesso colloquio tra il Delli Gatti e il presidente del Melfi. Anzi, per Macchia e Navazio, è quella la prima volta, in cui i due, seppure indirettamente, e per il tramite di una terza persona, entrano in contatto. Non sfuggano le date sopra richiamate: 24 e 26 luglio 2020. Solo pochi giorni prima – per la precisione il 23 luglio – erano scaduti i termini stabiliti dall’Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo ed alimentare) per la presentazione delle offerte relative all’acquisto di un lotto agricolo di circa 47 ettari di terreno a qualche chilometro dall’area industriale di Melfi, con un prezzo a baste d’asta di 547.572 euro. Per cui, l’elemento decisivo che evidentemente il Gip, Teresa Reggio, ha immediatamente colto, non a caso rigettando per ovvie ragioni di non urgenza le misure richieste dal sostituto procuratore Gerardo Salvia (in un’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto di Potenza, Maurizio Cardea), è che il presunto “accordo” per turbare la libertà degli incanti sarebbe avvenuto ad asta chiusa, tre giorni dopo la scadenza dei termini per la presentazione delle domande fissato da Ismea. Quando cioè tutti e sette i concorrenti di cui poi si è appresa la presenza – e non solo Macchia e Navazio – avevano regolarmente depositato in tempo utile, con qualche giorno di anticipo rispetto alla deadline stabilita, le proprie istanze. Non solo, ma ciò che emerge in modo lampante dalla telefonata del 26 luglio è che nessuno dei tre era a conoscenza dell’operato dell’altro. Non lo sapeva Lorenzo Delli Gatti, il quale chiama Navazio per chiedergli: scusa quanto hai offerto? E quello risponde 776 mila euro. Non lo sapeva Donato Macchia, che addirittura è costretto a telefonare ad una proprio collaboratore e/o collaboratrice, non ricorda, (di qui la voce «fuori cornetta») per chiedere: scusa, ma noi come società Verus quale prezzo abbiamo indicato? E la risposta arriva puntuale: 624 mila euro. Per poi commentare, avendo saputo di essere stato “battuto” da Navazio: auguri. E non altro. Meno che mai che fosse sua intenzione (come Delli Gatti invece dice improvvidamente di sua iniziativa) di volersi ritirare dalla competizione.
Questo, e non altro, a leggere le carte, sarebbe l’atto “collusivo” evidenziato dagli inquirenti. Ribadiamo: a gara chiusa, per il tramite di Delli Gatti che aveva interesse a coltivare i terreni in questione, oltre a quelli già condotti con tanto di regolare contratto scritto, e che dunque sperava che ad aggiudicarsi il lotto Ismea fosse il suo amico di Melfi (posto che l’interesse della “Verus Srl” era quello di impiantarvi pannelli fotovoltaici), Macchia e Navazio scoprono che la differenza di valore tra le reciproche offerte era di ben 152 mila euro. Non mille o duemila euro, come sarebbe stato lecito attendersi nell’ambito di un eventuale «disegno criminoso» studiato precedentemente a tavolino per aggiudicarsi i terreni al minor costo possibile. Ma il 42 per cento in più del prezzo a base d’asta fissato dall’ente di diritto pubblico: da 547 a 776 mila euro.
Piccolo inciso: se ogni volta le “turbative d’asta”, come quella del caso di specie, finissero in questo modo, cioè con un prezzo maggiorato di 229 mila euro a vantaggio dell’Istituto, crediamo che i vertici dell’Ismea festeggerebbero con fiumi di champagne. Perché la cosa che evidentemente deve essere sfuggita agli inquirenti è che, spesso, il prezzo a basta d’asta non solo non viene aumentato. Ma, al contrario, risulta drasticamente ridotto. Tanto che l’Ismea – come si può facilmente leggere sul sito dell’ente – è stato costretto a precisare che dopo il terzo tentativo di vendita andato a vuoto, il prezzo a base d’asta non può scendere al di sotto del 35 per cento del valore stabilito. Come dire: in questo caso, da 547 mila euro si sarebbe teoricamente potuti arrivare dopo le iniziali tre aste andate deserte (ove mai si fossero verificati illeciti interventi esterni) a 191 mila euro. E invece, come abbiamo visto, il prezzo è schizzato a 776 mila euro. Un indubbio affarone per l’Istituto di servizi del mercato agricolo e alimentare. Circostanza che, però, a leggere gli atti, non ci pare sia stata adeguatamente colta dagli uomini della Squadra Mobile della Questura di Potenza, che hanno condotto le indagini, e dal sostituto procuratore, Gerardo Salvia, che le ha incardinate nel proprio impianto accusatorio. Tanto più che se veramente ci fosse stato un reale «disegno criminoso», Donato Macchia doveva fare la cosa più banale di questo mondo: non muovere un dito. Sia evitando di far protocollare l’offerta economica a firma della società Verus Srl, sia risparmiando di depositare, a titolo di cauzione, un assegno circolare di 54.757,02, pari al dieci per cento del prezzo a base d’asta. Sinceramente facciamo fatica a comprendere (anche perché dagli atti non si evince) quale potrebbe essere stato l’aiuto, o presunto tale, dato da Macchia a Navazio. Ripetiamo: bastava non partecipare alla gara. Anche perché c’erano altri cinque privati cittadini, si è poi appreso, impegnati a contendersi il lotto Ismea, come emerso in sede di stesura del risultato finale. Prima classificata: Navazio Vincenza (sorella di Lorenzo) con un’offerta di 776 mila euro. Secondo: Agricola Nipio 733 mila euro. Terzo: Verus Srl (la società di Macchia) con 624 mila euro. E poi: Fontana Raffaele (600 mila), Calia Pasquale (600 mila), Lorusso Rino (550 mila), Flauret Celestino (548 mila).
Particolare “simpatico”: la Verus Srl di Donato Macchia si è poi ritrovata al settimo posto anziché al terzo, perché nel compilare l’assegno circolare del deposito cauzionale, l’impiegato di banca invece di scrivere 54.757,20 ha invertito le ultime due cifre dopo la virgola (02 al posto di 20) commettendo un errore di 18 centesimi, passato inosservato. Errore di 18 centesimi di euro, ripetiamo, esplicitamente posto in essere, secondo gli inquirenti, per consentire alla «Verus Srl» di chiamarsi fuori dalla gara.
Quando per l’azienda interessata sarebbe stato molto più semplice non partecipare affatto alla competizione, evitando così di suscitare sospetti di qualunque tipo.
Ultima riflessione: il delitto di turbata libertà degli incanti (articolo 353 del codice penale) – si legge nei manuali di diritto – «è integrato da una condotta finalizzata ad ottenere una irregolare aggiudicazione della gara, mediante l’allontanamento di altri concorrenti e in ogni caso con ogni comportamento diretto ad influenzare la libera concorrenza della gara».
Dalle intercettazioni pubblicate – e complessivamente nelle oltre 50 pagine consultabili ad oggi dell’ordinanza che riguardano Donato Macchia – non c’è traccia alcuna di azioni malavitose (poste in essere dal clan Delli Gatti) volte ad «allontanare» gli altri concorrenti. Anzi, come abbiamo visto, il presunto «dominus» della banda era addirittura all’oscuro delle offerte presentate e del numero stesso dei partecipanti. La sua unica preoccupazione era che potesse vincere una persona con la quale non era in buoni rapporti. Il quarto classificato. Nei confronti del quale, peraltro, stando alle intercettazioni, Lorenzo Delli Gatti, non pare abbia posto in essere atteggiamenti minacciosi. Nel suo slang offensivo, parlando con altre persone, egli identifica l’antagonista come «cornucopio». Parola che non esiste in italiano. A meno di non rifarsi alla prima parte del termine latino di «cornu» e «copia». Da cui deriva «cornucopia». Simbolo di cibo e abbondanza. La stessa abbondanza che ha consentito ad Ismea di incassare 776 mila euro per un terreno che ne valeva, per sua ammissione, 547 mila. Alla faccia della tentata libertà dell’incanto paventata dagli inquirenti a carico di una persona perbene, qual è Donato Macchia, ritrovatasi, suo malgrado, nel pieno di una «bufera» giudiziaria.


Le pagine 2 e 3 de La Nuova del Sud di oggi, lunedì 4 Luglio