Il punto di vista di Nino Grasso – Il coraggio di Zullino e Vizziello e le mosse di Pittella con un “padre padrone” chiamato Bardi

Il punto di vista di Nino Grasso
A differenza di altri consiglieri regionali di opposizione, Massimo Zullino e Giovanni Vizziello, di “Basilicata Oltre”, hanno invece coraggiosamente riaffermato la scelta di campo fatta da tempo, sostenendo che sarebbe un errore riconfermare Bardi
A differenza di altri consiglieri regionali di opposizione, Massimo Zullino e Giovanni Vizziello, di “Basilicata Oltre”, hanno invece coraggiosamente riaffermato la scelta di campo fatta da tempo, sostenendo che sarebbe un errore riconfermare Bardi.

di Nino Grasso

A differenza di altri consiglieri regionali di opposizione che probabilmente aspetteranno l’ultimo momento per decidere da che parte schierarsi in vista del voto del 21 e 22 aprile prossimi, avendo l’unica motivazione «ideale» di non votarsi alla sconfitta, terrorizzati come sono dalla paura di perdere lo stipendio a fine mese, Massimo Zullino e Giovanni Vizziello, di “Basilicata Oltre”, hanno invece coraggiosamente riaffermato la scelta di campo fatta da tempo. Dicendo, senza peli sulla lingua: «Sarebbe un errore riconfermare il generale Vito Bardi alla guida della Regione Basilicata».

Chapeau. Tanto di cappello – per dirla in italiano – a due tra gli esponenti più votati nel 2019 tra le fila del centrodestra lucano.

Zullino in quota Lega. Vizziello quale unico portabandiera all’epoca di Fratelli d’Italia. Più di tremila i consensi conquistati nel segreto dell’urna dal primo. Oltre duemila quelli incamerati dal secondo. Per non parlare dei quasi duemila voti ottenuti, in tandem con Zullino, da un’altra voce critica del centrodestra lucano: l’ex assessore alle infrastrutture Donatella Merra, anch’ella espressione, al pari dell’ex collega leghista appena citato, dell’area nord della Basilicata.

I tre – va detto – sono stati, negli ultimi anni, sia pure da posizioni diverse, la vera spina nel fianco del presidente Bardi: Zullino e Vizziello tra i banchi del consiglio. Merra in quelli della giunta, con quest’ultima costretta a dimettersi sul finire della legislatura, e a transitare nel gruppo misto, dopo aver subito l’ennesima angheria per mano dello stato maggiore presidenziale, capo di gabinetto in testa. Il quale, da buon colonnello “signorsì” – su input del generale comandante – non si è mai fatto scrupolo di boicottare le delibere inviate in giunta dalla Direzione generale alle Infrastrutture.

Al momento, non sappiamo quale strada imboccherà Donatella Merra.

Voci degne di fede, le attribuiscono la volontà di seguire il medesimo percorso politico dell’ultimo presidente di Regione del centrosinistra, Marcello Pittella. A sua volta ancora indeciso sul da farsi. Anche se – per come lo abbiamo conosciuto, e per le politiche che egli ha portato avanti negli anni in cui abbiamo avuto modo di seguirlo da vicino – facciamo fatica a immaginarlo tra i “corifei” di Bardi, in una possibile, quanto sciagurata legislatura-fotocopia di quella che ci stiamo per lasciare alle spalle. La peggiore da cinquant’anni a questa parte, per ammissione degli stessi esponenti a suo tempo eletti in Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia.

E non ci riferiamo solo a Zullino, Vizziello e Merra.

Ma anche a quegli esponenti di primo piano del partito di Salvini che, nei giorni scorsi, hanno avuto modo di parlare di Bardi come di un «campano, lento e fuori contesto». Non sveleremo alcun segreto, nel ricordare che l’autore di questi lusinghieri apprezzamenti – diciamo così – è il consigliere provinciale di Potenza Giovanni Barbuzzi: un fedelissimo dell’ex senatore Pasquale Pepe, coordinatore regionale della Lega.

Marcello Pittella

Ma torniamo a Marcello Pittella. Semplicemente per rimarcare quello che dal punto di vista programmatico, prima ancora che ideologico, rappresenta (o dovrebbe rappresentare) un ostacolo a nostro avviso insormontabile nell’ambito di un ipotetico accordo tra l’ex governatore di centrosinistra e l’attuale presidente di centrodestra.

Ci riferiamo alla politica dei «bonus» a go go.

A partire da quello sul gas, che nell’ultimo anno non ha affatto garantito ai lucani – come pomposamente promesso da Bardi e Latronico – la cosiddetta «molecola gratis», mentre ha di sicuro consentito alle compagnie petrolifere, per il tramite delle rispettive società di distribuzione, di ripigliarsi con gli interessi il valore della materia prima retrocessa alla Regione, a titolo di compensazione ambientale.

Ricordiamolo. Una delle prime battaglie portate avanti all’inizio del 2014 dall’allora giunta Pittella, in ciò spalleggiata dal governo presieduto da Matteo Renzi, fu quella che consentì di abolire la carta carburanti: 100 euro all’anno di media, assegnati ad ogni patentato, grazie ai fondi rivenienti dal 3 per cento delle royalty del petrolio. Fondi per decine di milioni di euro che da quel momento in poi sono stati utilizzati ogni anno per finanziare interventi di inclusione sociale e azioni di sostegno alle attività produttive, al posto di uno o due pieni di benzina ogni dodici mesi per gli automobilisti di casa nostra.

Ecco perché ci rifiutiamo di credere che Pittella possa rimangiarsi quel poco (o tanto) di buono che è stato fatto in passato dal suo governo per venire incontro agli ultimi e ai penultimi, come egli è andato ripetendo per anni, solo per fare un “dispetto” al Pd.

Per di più intruppandosi in una coalizione di centrodestra che lo accoglierà – se lo accoglierà – al pari di un intruso, pronto a sottrarre una poltrona agli amici del sen. Gianni Rosa. Se mai mettendo a rischio l’elezione di Alessandro Galella, Michele Napoli, Giuseppe Giuzio e di chissà quanti altri “fratellini” della prima ora della Meloni.

Tra l’altro, è ormai evidente che il generale Bardi, per quelle che sono le sue debolezze strutturali sotto il profilo politico, di cui ha dato ampiamente prova sin dal giorno del proprio insediamento, oltre che per l’acclarata ritrosia ad occuparsi in prima persona dei tanti dossier, tutti puntualmente girati per competenza al colonnello Busciolano, si guarderà bene dal fare abolire la cosiddetta legge “pieni-poteri”.

Quella legge, approvata un anno dopo l’avvio della legislatura, che al momento gli consente di operare da padre-padrone, col proprio cerchio magico fatto di dirigenti presi da fuori regione, «delegittimando partiti e consiglieri», per riprendere uno dei tanti concetti efficacemente espressi in queste ore da Massimo Zullino e Gianmichele Vizziello.

Anzi, il subdolo tentativo che il capo dell’esecutivo uscente sta ponendo in essere con la «lista del presidente» in fase di allestimento e con l’ampliamento del perimetro della coalizione a quei consiglieri regionali sino a ieri seduti tra i banchi dell’opposizione, è esattamente quello di rendere residuale, nel futuro Consiglio regionale, il ruolo dell’attuale partito di maggioranza relativa. Vale a dire: Fratelli d’Italia. Tanto più dopo che la Lega si è praticamente sciolta come neve al sole. E Forza Italia con la prevedibile uscita di scena di Francesco Piro – grazie ai voti di Franco Cupparo e dell’asse Viceconte-Taddei, che punteranno a fare eleggere un consigliere azzurro che non sia l’attuale “testa calda” di Lagonegro – si ridurrà ad essere lo zerbino del generale di Filiano.

Alla luce di questo possibile scenario, è realmente immaginabile – torniamo a chiederci – che Marcello Pittella possa buttare alle ortiche mezzo secolo di storia familiare e personale, per consegnarsi mani e piedi ad un presidente di Regione che – come disse una volta l’ex assessore Rocco Leone – «è abituato a trattare gli uomini come un giocatore di scacchi muove i pupi»? Non ci credo nemmeno se lo vedo, s’è lasciato scappare un mese fa l’on. Tonio Boccia, commentando una improbabile prospettiva di questo tipo. E per quello che può valere il pensiero di chi scrive, ci piace credere che l’uomo che si è sempre battuto per gli ultimi e i penultimi farà di tutto, ancora una volta, per non deludere i lucani che in questi tempi cupi non hanno perso la fiducia nella buona Politica.

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