Il punto di vista di Nino Grasso – La candidatura di Chiorazzo e i veleni del 2013 che ancora ammorbano il dibattito politico

Il punto di vista di Nino Grasso
La candidatura di Chiorazzo e i veleni del 2013 che ancora ammorbano il dibattito politico
La candidatura di Chiorazzo e i veleni del 2013 che ancora ammorbano il dibattito politico

Per settimane, tanto a titolo personale, quanto a nome di altri piccoli cespugli della politica lucana raramente visti in azione in Basilicata negli ultimi anni, il segretario regionale del Psi, Livio Valvano, è andato chiedendo a gran voce le primarie per individuare nel centrosinistra il prossimo candidato presidente della Regione da opporre alle destre in vista delle elezioni del 2024. Ovviamente, come si è poi capito, era un bluff. Un modo smaccato ed inutilmente provocatorio per seminare zizzania in casa Pd, nel malcelato tentativo di mettere in discussione la candidatura civica di Angelo Chiorazzo, avanzata da “Basilicata Casa Comune” e sostenuta dalla maggioranza del Partito Democratico.

Difatti, è bastato che il 16 dicembre scorso, dinanzi alla platea del Park Hotel di Potenza, in presenza di un migliaio di testimoni, Angelo Chiorazzo aprisse alle primarie dicendo testualmente che esse non sono «né un dogma, né tanto meno un tabù», perché Livio Valvano smettesse di invocarle un giorno sì e l’altro pure, per quanto avesse già manifestato la propria disponibilità a guidare a sua volta la coalizione a seguito di un processo di selezione tutto interno alla classe dirigente di centrosinistra.

Pur non parlando più di primarie – come si evince dalle sue ultime dichiarazioni – il segretario regionale del Psi rimane tuttavia il portavoce di una sorta di «genio guastatori».

Le cui attività, ancora in queste ore, sono puntualmente votate a demolire l’impegno altrui. Più che a costruire una reale alternativa di governo al centrodestra, partendo dalla disponibilità offerta da una personalità di indubbio spessore, e dall’innegabile valore aggiunto, estranea al mondo dei partiti tradizionali. Il tutto in nome di un presunto primato della politica. Che è un modo retorico per tentare di preservare le rendite di posizione garantite da sigle di partito ormai svuotate dal consenso popolare e tenere fuori la porta la società civile.

Quella stessa società civile sempre invocata a parole, alla vigilia di appuntamenti cruciali.

Ma di fatto platealmente osteggiata, e per nulla accettata, nel momento in cui, come è accaduto nel caso di «Basilicata Casa Comune», persone senza tessere di partito – animate da un intimo moto di indignazione per come è stata ridotta questa Regione – hanno deciso di mettersi in gioco, sulla base di un idem sentire. Oltre che sulla scorta di un programma da costruire «insieme» a partiti e movimenti intenzionati per intanto a non ripetere gli errori che cinque anni fa hanno spalancato le porte al centrodestra e alle voraci armate presidenziali fatte venire da fuori regione dal generale Bardi.

Vogliamo augurarci che Valvano, e quanti si stanno facendo scudo del segretario regionale del Psi per gettare la pietra nascondendo la mano, non pensino di replicare il «metodo Trerotola». Un compromesso al ribasso nella scelta del candidato presidente che nel 2019, come si ricorderà, portò alla designazione, all’ultimo momento, del farmacista potentino di rione Lucania: Carlo Trerotola, appunto. Una bravissima persona. Un professionista apprezzato nel proprio campo.

Rivelatosi però del tutto inadeguato, sin dalle prime uscite pubbliche, ad affrontare la sfida di una campagna elettorale difficile.

Resa complicata da una vicenda giudiziaria che aveva ingiustamente azzoppato il governatore uscente, Marcello Pittella, come emerso anni dopo da una sentenza di giudici terzi. Per di più in evidente affanno (parliamo sempre di Trerotola) nell’affrontare tanto le platee affollate, quanto i ristretti consessi amministrativi, in un ruolo di consigliere regionale di opposizione che non gli è mai stato congeniale.

Evidentemente quella lezione – con tutto ciò che ne è seguito, anche sul piano del mancato impegno istituzionale del candidato presidente sconfitto – non è bastata. E come se gli errori commessi cinque anni fa non avessero insegnato nulla, l’aria continua ad essere ammorbata dai veleni di diatribe personali e politiche che affondano le radici nelle primarie del centrosinistra lucano del 2013.

Quando ancora esisteva il Pd-partito regione, con le sue filiere correntizie. E la falsa convinzione di essere una forza di governo inamovibile.

A distanza di dieci anni da allora, e a dispetto della sonora sconfitta subita nel 2019, fa specie sentire discorsi che riportano in auge le faide della competizione Pittella-Lacorazza. Come se il mondo si fosse fermato a due lustri fa. E non ci fosse un comune avversario da battere: quel centrodestra guidato da Vito Bardi che tradendo le promesse di «cambiamento» con le quali s’era presentato agli elettori lucani, è riuscito ad emulare in peggio – ed è quanto dire – le pratiche più aberranti del clientelismo spinto.

E non staremo qui a ricordare i nomi della sorella o della moglie di alcuni direttori generali che grazie a Bardi hanno fatto carriera in Regione.

Salvo poi scoprire che quegli stessi Dg, a loro volta nominati in assenza di competenze e requisiti, sono stati scoperti a firmare anche la carta igienica (un modo di dire che ci rimanda ad alcune imbarazzanti Dgr portate alla luce da questo giornale) pur di mostrare riconoscenza nei confronti del presidente in carica o dell’assessore di turno.

Peraltro, solo chi non conosce Angelo Chiorazzo o fa finta di dimenticare la sua storia personale di cooperatore sociale, sempre schierato dalla parte degli ultimi, che mai nessuna inchiesta giudiziaria o maldicenza mediatica tra le più recenti messe in rete è riuscita ad offuscare, può pensare che egli si possa far manovrare in futuro come un burattino da improbabili «dante causa»: per mutuare un’espressione, non proprio felice, utilizzata di recente, in una intervista al Tg3 Basilicata, da Marcello Pittella, per giustificare la presa di distanze di “Azione” dal candidato di “Basilicata Casa Comune”.

Il fondatore di “Auxilium”, che ha già annunciato di volersi dimettere da tutte le cariche sociali al momento rivestite in seno alla cooperativa di Senise e nel Potenza-Calcio, ha dimostrato, aprendo alle primarie, di non temere il confronto democratico dentro e fuori la coalizione di centrosinistra. Movimento Cinque Stelle compreso.

Ben sapendo che la vera sintesi andrà fatta sul programma.

Sulle cose da fare. Partendo da quei temi che sono patrimonio comune della sinistra riformista e antagonista, del laicato cattolico e dei meetup pentastellati.

Verificheremo nei prossimi giorni, già a partire dalla prossima manifestazione in programma a Matera il 4 gennaio prossimo, se la disponibilità al confronto espressa da Angelo Chiorazzo e dai vertici di “Basilicata Casa Comune” sarà colta. O se, invece, continueranno a prevalere i veti a prescindere: tanto irragionevoli, quanto anti-democratici. Veti che serviranno eventualmente a fornire il pretesto a taluni per incomprensibili salti della quaglia, da un polo all’altro, fidando su un consenso personale e familiare che questa volta, a differenza del recente passato, potrebbe non reggere l’urto della incoerenza.

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