Il punto di vista di Nino Grasso – La mossa suicida della Schlein succube di Conte, in una Basilicata zimbello d’Italia

Il punto di vista di Nino Grasso
La mossa suicida di Conte e Schlein in Basilicata: piuttosto che appoggiare Chiorazzo, hanno puntato prima su Lacerenza e poi su Marrese
La mossa suicida di Conte e Schlein in Basilicata: piuttosto che appoggiare Chiorazzo, hanno puntato prima su Lacerenza e poi su Marrese.

di Nino Grasso

Per tre giorni, nella scorsa settimana, la Basilicata è stata lo zimbello d’Italia. E probabilmente lo sarà anche nelle prossime ore, a giudicare dall’impazzimento che regna a Roma in casa Pd. Un partito che ha rotto con i Cinque Stelle in Piemonte. Mentre continua ad inseguire una improbabile alleanza con i grillini in Basilicata, candidando il presidente della provincia di Matera, Piero Marrese, in versione anti-Chiorazzo. Roba da «circo Barnum», come ha giustamente commentato ieri mattina il leader di Azione, Carlo Calenda, venuto a presentare il suo ultimo libro a Matera e Potenza.

Ma andiamo con ordine. E ricostruiamo per intanto gli eventi degli ultimi giorni, nella speranza di poterci capire qualcosa.

Partiamo dalla candidatura a presidente della Regione, alla testa del cosiddetto «campo largo», del primario oculista Domenico Lacerenza.

Una candidatura – pare di capire – spuntata dal cilindro di Giuseppe Conte e del coordinatore regionale venosino dei Cinque Stelle Arnaldo Lomuti, e supinamente accettata da Elly Schlein (Pd) e inizialmente anche da Angelo Chiorazzo (Basilicata Casa Comune), che ha fatto sghignazzare l’intero Paese.

Come si sa, infatti, sul proscenio televisivo nazionale i lucani sono stati sommersi da battutine sarcastiche. Commenti irrisori. Veri e propri paradossi linguistici, come quello della scelta «miope», che non è certo il massimo per un oculista, abilmente messa in evidenza ieri, su questo giornale, nella vignetta del nostro Franco Loriso.

Per tre giorni, da mercoledì sera fino al tardo pomeriggio di ieri l’altro, il diktat dei grillini intenzionati a puntare su un primario ospedaliero, per giunta pugliese, e quindi conterraneo di Conte, particolarmente apprezzato dal M5s per i suoi trascorsi professionali a Lucera e Venosa, ha lasciato tutti «senza parole», a partire da chi scrive. Anche perché s’è subito insinuato il sospetto, alimentato inizialmente da una incauta dichiarazione dello stesso Lacerenza, che il nome dell’oculista fosse stato fatto dall’ex presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo, di cui sono ben noti i rapporti di amicizia col primario del “San Carlo” di Potenza.

Sia pure in privato, parlando con alcuni maggiorenti “dem”, De Filippo s’è affrettato a smentire – ci è stato riferito – le voci che gli attribuivano la paternità della candidatura voluta, prima, e difesa a spada tratta nelle ore successive, poi, da Conte e Schlein.

Ovviamente non abbiamo motivo per mettere in discussione queste informazioni. Ma al contempo riteniamo credibile la notizia – fornitaci da fonte altrettanto sicura – secondo la quale a parlare per ultimo con la segretaria nazionale del Pd, prima dell’ufficializzazione del nome di Lacerenza, sarebbe stato proprio De Filippo. Poi si sa come è andata a finire la candidatura-lampo dell’oculista di Barletta. Alla luce del parapiglia scatenatosi nella base lucana del Partito Democratico, e non solo, il dott. Domenico Lacerenza si è fatto responsabilmente da parte (gliene va dato atto), probabilmente dopo aver fatto una serie di valutazioni con le persone a lui più vicine. A partire proprio dall’ex presidente della Regione, del quale è stato testimone di nozze.

Sta di fatto, in ogni caso, che tra giovedì e sabato scorsi, il cosiddetto «campo largo» Pd-M5s – immediatamente ribattezzato «campo santo» per il nauseante odore di sconfitta che già si respirava nell’aria – ha offerto l’immagine disastrata di una coalizione succube di Giuseppe Conte.

E delle paturnie grilline alimentate da Marco Travaglio: il direttore del “Fatto Quotidiano”, a sua volta ossessionato da ingiustificati pregiudizi nei confronti di Angelo Chiorazzo, reo di aver goduto, a suo tempo, della meritata stima di Giulio Andreotti e di quella mai venuta meno di Gianni Letta.

Ricordiamolo. Il fondatore di “Auxilium”, sondaggi alla mano, viene ritenuto, ancora oggi, nonostante l’indecoroso spettacolo offerto dal centrosinistra, l’unico esponente del fronte moderato-progressista in grado di mobilitare il popolo del non voto. E se ne è avuto la conferma a Bernalda, giovedì scorso, in una sala stracolma di gente, con l’ennesima prova di affetto tributata al candidato di “Basilicata Casa Comune” nelle stesse ore in cui egli s’era detto pronto a fare il passo di lato, in favore di Lacerenza.

Dopo il ritiro di quest’ultimo e l’annuncio di sabato sera, col quale Chiorazzo ha riconfermato la volontà di volersi misurare col centrodestra nella corsa alla Regione, il popolo di centrosinistra era tornato a credere nella vittoria.

Salvo subire l’ennesima doccia gelata quando ieri mattina da Roma si è appreso che la segretaria del Pd preferisce fare harakiri, riconfermando inspiegabilmente una alleanza con il M5s data già per morta dagli elettori di entrambi i partiti.

Non lo diciamo noi. Ma l’organo ufficiale dei pentastellati: il “Fatto Quotidiano”, la cui prima pagina di ieri rappresenta una pietra tombale sull’asse Pd-M5s. Ciò nonostante, Elly Schlein ha preferito legarsi mani e piedi a Giuseppe Conte, per ragioni che oggettivamente sfuggono al comune buon senso. E a nulla è servito, a quanto pare, il generoso, e spassionato, sostegno offerto al fondatore di “Auxilium” da gran parte dei «padri nobili» del Pd. A partire dall’on. Tonio Boccia, già presidente della Regione Basilicata dal 1990 al 1995.

Angelo Chiorazzo, il candidato di Basilicata Casa Comune

Con un messaggio stringato, ma proprio per questo ancora più incisivo rivolto ai vertici della coalizione progressista, Boccia è andato giù duro. Dicendo: «Ma non vi pare che è arrivata l’ora di farla finita?». Per poi aggiungere: «Abbiamo un candidato sicuro, che si chiama Angelo Chiorazzo, che può ancora far vincere il centrosinistra, allargato o non». E dunque: «Mi sembra l’unica strada percorribile se i partiti del cosiddetto “campo largo” vogliono evitare oltreché la sconfitta, anche il ridicolo».

Sempre a titolo di cronaca va ricordato che dopo queste parole di grande saggezza pronunciate da Tonio Boccia, abbiamo potuto leggere un appello non meno accorato in favore di Angelo Chiorazzo, sottoscritto da una dozzina di ex parlamentari e consiglieri regionali del centrosinistra.

Da Giuseppe Brescia e Filippo Bubbico a Vincenzo Folino e Nicola Savino. Da Salvatore Blasi e Luigi Bradascio a Carmine Castelgrande, Vito Giuzio, Franco Mollica, Donato Salvatore, Luigi Scaglione e Franco Vinci.

Purtroppo, non c’è stato nulla da fare. La segretaria del Pd, come dicevamo, rompendo clamorosamente con “Basilicata Casa Comune” e con “Azione” (al punto da non rispondere nemmeno alle telefonate di Carlo Calenda), ha scelto di consegnare la vittoria al centrodestra. E di correre, con Piero Marrese, per la conquista del secondo posto. Ben misero obiettivo, che non è nemmeno detto che riuscirà a conseguire. E di cui, ci piace credere, gli elettori per primi le chiederanno conto nel segreto dell’urna.

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