“Il tesseramento? Non è una svendita a chi arriva prima. Per ripartire bisogna aprire il Pd”. Intervista a Nicola Sabina di Base riformista

A causa di un errore tecnico l’intervista al coordinatore regionale di Base riformista, Nicola Sabina, pubblicata sull’edizione cartacea de La Nuova del Sud di oggi, risulta tagliata in due piccole parti involontariamente. La pubblichiamo di seguito integralmente.

di Mara Risola

POTENZA- Aprire il partito alla società civile significa anche ampliare il perimetro del tesseramento. “Che senso ha pensare ad un rinnovamento del Pd se poi ci chiudiamo in maniera auto-referenziale al punto da non permettere a chi vuole avvicinarsi a noi di non poterlo fare?”. Ne è convinto Nicola Sabina, coordinatore regionale di Base riformista, l’area del Partito democratico che fa capo a Guerini e Lotti. L’area di riferimento anche del commissario regionale Dario Stefano. Ed è proprio sulla scelta portata avanti dal commissario che nei giorni scorsi, si è riparta la ferita che lacera da sempre le varie sensibilità interne. Le regole per il tesseramento ma soprattutto quelle per il congresso. “C’è una regola che non condivido parlo del tetto al 15% per i nuovi tesserati decisa dal provinciale di Potenza, in maniera autonoma e discutibile che cozza con le norme nazionali. Non credo sia questa l’intenzione di Zingaretti e di tutti gli iscritti che penso vedrebbero positivamente una maggiore partecipazione alla vita del nostro partito. Magari riuscissimo a raddoppiare gli iscritti al Pd perché vorrebbe dire che siamo un partito vivo. E di questi tempi considerato i risultati ottenuti alle Amministrative, sarebbe un modo per ripartire”


Dopo lo stop di Roma per la commissione, a che punto è il congresso?
“Per quello che so io, anche se non compete a me dare indicazioni sulla commissione, si sta attendendo che vengano fissate le date per i congressi non solo per la Basilicata ma anche per altre regioni interessate al rinnovo della segreteria. Più che uno sblocco stiamo attendendo che Roma decida le date utili. Il commissario non è escluso possa decidere di modificare la composizione della commissione. E’ una possibilità che non escludo ma compete a lui. Se lui ritiene che vada integrata lo farà e se intende farlo lo farà penso al più presto. Resta il fatto che la nomina della commissione costituisce il primo passo per l’avvio del congresso. Più volte si è insistito per accelerare i tempi, oggi che le elezioni sono ormai state consumate, penso sia solo un passaggio da salutare con favore. Condividiamo la decisione del commissario di avviare questo iter congressuale per la scelta del nuovo segretario. Il Pd ha bisogno di ripartire”.
Quindi non c’è stato nessuno stop politico da parte di Roma?
“Si tratta di fissare partenze concomitanti e calendarizzare l’appuntamento congressuale. Non c’è stato nessun veto sostanziale”.
Registriamo però una serie di maldipancia tra i circoli territoriali proprio sulla commissione…
“Io sono commissario del circolo di Vaglio, non ho percepito malumori diffusi. Da quello che mi risulta, c’è stato qualche segretario che non ha condiviso questa scelta ma si tratta di una minoranza molto ristretta, circa una ventina su 100. Posso però evidenziare che la composizione della commissione non spetta alle segreterie ma viene decisa dal commissario. Credo che il criterio utilizzato per la scelta dei componenti sia stato quello di preferire esponenti eletti nelle istituzioni, nulla toglie che il commissario, qualora dovesse ritenere necessario allargarla ai circoli, possa nominare anche un rappresentante della base. Anche se credo ci sia già un segretario di circolo”.
Perchè era necessaria questa commissione?
“Senza questo passaggio non si può aprire la fase congressuale. In Basilicata è un dato positivo che si sia fatto il primo passaggio formale per uscire da questo limbo. Tutti quanti abbiamo manifestato la necessità di arrivare finalmente al congresso. Possiamo discutere della commissione e segnalare le modifiche da apportare alla composizione, ma credo che siamo tutti d’accordo nel condividere la necessità di avviare questa fase”.
Il tesseramento ha riaperto un dibattito antico e anche su questo non c’è condivisione… “Dico che il Pd in Basilicata ha una necessità estrema di lavorare all’unità di tutte le componenti e sensibilità. Di lavorare per un obiettivo comune che è fornire un’alternativa alla destra. Il tesseramento ha avuto in Basilicata un’eccezionalità perché si è prorogato fino al 31 luglio. Quale occasione migliore per aprire il partito al contributo della società civile? Persone che non si sono mai avvicinate e magari sono interessate ad un Pd rinnovato? Diciamo sempre che dobbiamo costruire un partito inclusivo perché favorisca la partecipazione, invece quando andiamo al tesseramento ci troviamo una regola. Una regola- parlo del tetto al 15% dei nuovi tesserati- decisa in provincia di Potenza in maniera autonoma e discutibile che cozza con le norme nazionali. E’ ovvio che a livello nazionale non esiste nulla del genere perché significherebbe limitare la partecipazione al nostro partito. Non è questa l’intenzione di Zingaretti e di tutti gli iscritti che penso vedrebbero positivamente una maggiore partecipazione alla vita del nostro partito. Magari riuscissimo a raddoppiare gli iscritti al Pd perché vorrebbe dire che il Pd è vivo”.
Ma si tratta di una regola attiva anche a Matera e nelle altre realtà provinciali?
“Per quello che mi risulta a Matera non è stata applicata. Si tratta di un regola decisa nel 2018 dall’Ufficio adesioni della Provincia di Potenza, molto discutibile perché ha favorito la corsa al tesseramento, premiando i primi che si sono presentati a richiedere la tessera. Non si tratta di una vendita promozionale di una lavatrice. Si tratta di aprire le porte del partito alla società civile. Poi succede che una persona si avvicina al partito e viene scoraggiato da queste situazioni. Non ci facciamo una bella figura, sembriamo auto-referenziali e poi questo cittadino non solo non si avvicinerà al Pd ma voterà anche magari per altri partiti”.
Qual è la ratio di questa regola? Magari è stata fatta per necessità differenti…
“Bisognerebbe chiederlo a chi l’ha fatta. Posso dire che si tratta di una regola inopportuna, fatta in un momento in cui lo statuto prevedeva le primarie aperte. Per quanto discutibile già allora, era una regola che aveva meno effetti sulla vita del partito. Quando lo statuto è stato cambiato, la regola è diventata ancora più inopportuna. Oggi solo i tesserati possono votare. Non sappiamo ancora se potranno votare quelli del 2019 o del 2020. Sarà deciso più avanti. Se dovessero votare solo quelli del 2019 sarebbero tanti gli esclusi. Noi vorremmo favorire la massima partecipazione alla vita del partito, attraverso l’elaborazione di una piattaforma programmatica“. Quindi mi faccia capire la visione è duplice. C’è chi vuole allargare il tesseramento e chi cerca di chiuderlo?
“All’indomani di una tornata elettorale che non ci ha premiato, voglio sottolineare che il tesseramento non è fatto solo in vista del congresso ma è fatto soprattutto per permettere alle persone di avvicinarsi al Pd. Non si va avanti con i tatticismi. Dire alla gente potete venire ma solo nel recinto del 15% in più, dà all’esterno un’idea di tatticismo che non possiamo permetterci. Io sono convinto che quando si è scelto di adottare questa regola, lo si è fatto con buone intenzione. Forse si volevano evitare ‘inquinamenti’ esterni. Ma così vengono premiati quelli che si tesserano prima. Gli altri restano fuori”
L’ultimo tesseramento come si è chiuso? “Abbiamo avuto sul territorio effetti paradossali, ci sono stati paesi in cui magari non si è neanche fatto il tesseramento. Quest’anno che succede? Possiamo farne una sola dove non se n’è fatta nessuna? Si tratta di una regola assurda che anche nella traduzione concreta diventa paradossale. Sembra quasi di tornare ai tempi in cui la politica era appannaggio di poche cerchie ristrette. Il Pd riparte se riesce a far capire alla gente che c’è l’intenzione di voltare pagina, di partire dalla base, dai territori. Non possiamo concentrarci su norme interne, quando i numeri del partito sempre più ridotti. Non può essere un gioco a somma zero. Bisogna aprire le porte del Pd e cercare anche nel contributo esterno le ragioni per il rinnovamento. Con una regola del genere possiamo farlo solo al 15%”.
Come risponde a chi dice che così si rischia di tesserare gente che non sa neanche dove sta di casa il Pd pur di farli votare?
“Rispondo con una domanda, chi ci garantisce che nel 15% in più, ovvero i primi che arrivano a chiedere la tessera, ci sia tutta questa voglia di fare politica attiva nel Pd. Ridurre il numero delle tessere non ci aiuta ad aumentare la qualità della partecipazione politica. A mio giudizio l’apertura deve essere massima”.
Chi sceglie l’elettorato attivo, se far riferimento al 2019 o alle tessere del 2020?
“Il regolamento è uno degli oneri del commissario. Questo dipende se a prevalere sarà la linea della chiusura o quella dell’apertura anche all’esterno della società civile. Non essendoci un’assemblea questa è una scelta che compete al commissario”. La vicenda Avigliano, un segretario che si è dimesso, un centrosinistra spaccato in 4 e il Pd sostenuto da Fratelli d’Italia. Che è successo?
“Non conosco le dinamiche interne a questa vicenda, registro però che il centrosinistra si è presentato spaccato in 4 liste. Questo non può che rappresentare una sconfitta per tutta l’ex coalizione. Poi che un candidato del centrosinistra riceva anche i consensi di chi fa capo a un partito di centrodestra, è una cosa positiva che serve a raggiungere un risultato. Se un candidato del centrosinistra riesce ad attrarre voti della destra vuol dire che ha convinto persone in più, che avevano riferimenti diversi. No riesco a capire perché non si è riusciti a trovare l’unità e mi dispiace perché così è stata consegnata la città alla Lega”.