Incidente mortale sul lavoro alla Dalmine di Potenza, gli imputati patteggiano una condanna a sedici mesi

POTENZA – Si è concluso con due patteggiamenti ad un anno e quattro mesi (con pena sospesa), davanti al gup del tribunale di Potenza, il processo a carico di Andrea Cammi e Pancrazio Toscano, accusati di concorso in omicidio colposo in relazione alla morte di Carmine Picerni, il 39enne potentino vittima di un incidente sul lavoro nell’aprile del 2018 all’interno dello stabilimento “Dalmine Logistic Solution” di Potenza. Gli imputati che hanno patteggiato la pena davanti al giudice per l’udienza preliminare all’epoca dei fatti rivestivano i ruoli di presidente del consiglio di amministrazione della Dalmine e direttore dello stabilimento produttivo del capoluogo lucano. L’operaio, quel tragico pomeriggio di quattro anni fa, durante l’operazione di rimozione dell’imballaggio che avvolgeva una bobina costituita da tre distinti nastri di acciaio (consistente nel recidere con un paio di forbici le reggette metalliche interne ed esterne che legavano tra loro i singoli nastri) era stato travolto dal nastro più esterno del peso di circa cinque tonnellate. Il manufatto di acciaio era caduto dalla “stivetta di contenimento” sulla quale era collocato, in quanto “la struttura – si legge nel capo di imputazione – era priva della spalletta di sicurezza all’estremità dove stava operando Picerni”.

La presenza del dispositivo di sicurezza avrebbe impedito al nastro di sporgere per quasi 14 centimetri dalla struttura di contenimento: sporgenza che avrebbe portato la bobina a cadere e a travolgere il giovane operaio. Il 39enne aveva riportato un gravissimo trauma da schiacciamento ed era deceduto poco dopo l’intervento dell’ambulanza del 118 che lo aveva trasportato d’urgenza all’ospedale San Carlo. Ai due imputati venivano contestate diverse violazioni delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro: innanzitutto, secondo la ricostruzione accusatoria del pubblico ministero Ersilio Capone, il Dvr (il Documento di valutazione rischi) approvato nel marzo del 2016 era “privo – come si legge ancora nel capo di imputazione – di qualunque indicazione nella scelta delle attrezzature di lavoro necessarie per effettuare in sicurezza, nel reparto linea profilatura montante, l’operazione di rimozione degli imballaggi delle bobine di acciaio semilavorato prima del loro prelievo mediante un carroponte per il trasporto sulla linea di produzione”. Nello stesso documento, inoltre, avrebbero omesso di “considerare i rischi specifici connessi alle modalità di posizionamento delle bobine di acciaio semilavorato sulle apposite strutture metalliche di contenimento, dette “culle” o “stivette”, nonché i rischi specifici connessi alle modalità operative di rimozione degli imballaggi delle bobine stesse. Sempre secondo la procura di Potenza, l’aumento delle bobine di acciaio in arrivo presso il reparto avrebbe reso insufficiente il numero di strutture metalliche di contenimento presenti nel reparto con spallette di sicurezza alle due estremità, “costringendo – scrive ancora il pm Capone – i lavoratori addetti alle ricezione e allo scarico delle bobine a collocarle anche su “culle” prive di spallette di sicurezza su uno o entrambi i lati”. Esclusivamente al direttore di stabilimento, inoltre, la procura contestava anche di non aver fornito al lavoratore “un necessario ed idoneo dispositivo di protezione individuale costituito da un elmetto con visiera”. I due imputati avevano già in precedenza raggiunto un accordo stragiudiziale con i familiari della vittima per il risarcimento del danno: circostanza che ha ovviamente inciso sull’entità della pena patteggiata. Carmine Picerni aveva lasciato la moglie e due figli piccoli.