Petrolio, miliardi buttati. Nel cassetto della Regione il progetto per un “fondo sovrano”

POTENZA – In principio c’erano loro: le royalty. Ancora prima una piccola regione del Sud: la Basilicata e la sua gente, convinta di riuscire a sollevare la testa e farsi strada nella storia, oltre il racconto di Levi e di Calvino, continuando sì a rimanere nel mondo “come un altro mondo”, ma solo perché in grado di differenziarsi in un contesto di arretratezza, per la capacità di innescare processi di sviluppo e di crescita fino a godere di una propria assoluta autonomia.

Così non è stato e la conferma ci viene dalle innumerevoli vertenze con le quali i lucani si ritrovano da sempre alle prese. Una condizione che costringe alla resa e che vede i non rassegnati girare le spalle e fare le valigie. Non tutto è perduto o almeno si spera. E prima che la Basilicata possa svuotarsi definitivamente, la partita potrebbe essere riaperta, seguendo però schemi di riferimento totalmente differenti da quelli applicati sino ad ora.

Per anni la rotta è rimasta la stessa, nonostante l’avvicendarsi al timone di numeorsi uomini. Sarà forse perché a prevalere, incondizionatamente, sono interessi troppo spesso svincolati dalle esigenze delle comunità a vantaggio di pochi? Pochissimi privilegiati giunti ad occupare posizioni di potere economico e politico, gestito con lo sguardo corto e in modo predatorio, senza immaginare di poter lasciare un’eredità a chi sarebbe arrivato in seguito, consentendo, semmai, di farsi vanto dei risultati. E le conseguenze per la regione sono conosciute. A tracciare una strada alternativa su cui incamminarsi – questa volta realmente in contro tendenza rispetto a quanto è accaduto sino a ieri – è la Fondazione Mattei che per lo stretto legame con il cane a sei zampe, ha sempre pensato alla Basilicata come ad una piccola potenza economica. La garanzia era riposta, naturalmente, nell’attività industriale in Val d’Agri e non solo quando si produceva a pieno regime e con il prezzo del barile stabile e favorevole. Sono state proprio le fasi di crisi del settore – come anche quelle di altra origine che hanno comunque costretto la multinazionale ad una battuta d’arresto della produzione – a far emergere, con la massima convinzione, la necessità di stimolare politiche di finanza pubblica alla stregua di altre potenze economiche mondiali come il Kuwait e la Norvegia.

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di Mariolina Notargiacomo