Potenza, l’omelia di Caiazzo: “La Vergine aiuti i nostri giovani senza lavoro”

POTENZA – Di seguito il testo dell’omelia che monsignor Giuseppe Caiazzo ha pronunciato durante la celebrazione eucaristica per la visita della Madonna di Viggiano nella città di Potenza:

di Giuseppe Caiazzo*

“Eccellenza carissima, carissimi confratelli nel sacerdozio, diaconi, religiosi e religiose, autorità civili e militari, fedeli tutti, siamo entrati in questa Basilica Cattedrale di Potenza preceduti dalla Madonna del Sacro Monte di Viggiano proveniente da Matera. Questa peregrinatio Mariae ci fa sentire più Chiesa, più famiglia di Dio. La Madre ci convoca, ci mette attorno a sé parlandoci del Figlio per sentirci figli in lei, quindi fratelli. Una comunione grande, unica, dove la fraternità episcopale, sacerdotale e del popolo santo dei fedeli diventa testimonianza della nostra vera identità: corpo di Cristo! Siamo quella “discendenza”, di cui parla il profeta Isaia, nata dal “sacrificio di riparazione” che nel Signore Gesù Cristo ha trovato la sua attuazione. Lui che ci ha aperto le porte della Luce, per entrare e godere dello splendore eterno che sazierà la nostra conoscenza. L’azione di Dio a favore dell’uomo non sempre corrisponde a quella umana che invece predilige il successo e l’individualismo, a scapito degli altri, non favorendo la fraternità che distingue l’agire dei discepoli. Sono proprio i discepoli, per primi, a fare esperienza del limite umano che li induce a alla ricerca di benessere senz’anima, di affermazione di sé. Essi, infatti, non considerano di essere parte di una comunità, chiamati a respirare la vita e a trasmetterla, attraverso un servizio quotidiano che diventa vera ricchezza. Giovanni e Giacomo, fratelli nella carne, nonostante i tre anni di convivenza spirituale, di condivisione, di amicizia con Gesù e gli altri discepoli, non sanno resistere alla tentazione della “sistemazione”, non sono ancora fratelli nello Spirito. Il loro tentativo di avere da Gesù l’assenso per i primi posti in un luogo che non conoscono, o se lo conoscono hanno un’idea completamente sbagliata, è fallimentare. Essere amato da Gesù, nel caso di Giovanni, non significa che il Maestro e Signore fa preferenze di persone. Giovanni è convinto di poter ottenere tutto perché fuori e lontano dal pensiero di Dio pur essendo fisicamente il più vicino. Giovanni e Giacomo ancora non respirano Dio e non parlano da Dio. La carne, quella carne che Dio ha assunto per liberarla dalle sue fragilità e redimerla, parla solo il linguaggio umano che annulla ogni forma di bellezza e dignità perché incapace di riconoscere la propria piccolezza e miseria. A volte, in tutti gli ambiti della vita (chiesa, politica, lavoro, scuola…) si fa l’amara esperienza di una povertà dell’anima, frutto di presunzione, di grandezza ostentata a tutti i costi, di sentirsi migliore, che travolge e sconvolge i principi sani dai quali si era partiti. Si parla di Dio ma non si fa parlare Dio, si governa ma non ci si lascia governare, si insegna teoria ma non si trasmette vita, si lavora per costruire un mondo diverso ma si è sempre alla ricerca di una posizione di privilegio. Quando ero ragazzo, avere delle toppe sui pantaloni, sulle scarpe era sintomo di povertà, ma nello stesso tempo desiderio dare valore a ciò che apparentemente non serviva più. Oggi, invece, avere toppe e pantaloni strappati è moda, in una logica che orienta la vita e ne domina le scelte. Il bello si coglie nel brutto e il brutto si vede nel bello. Mi chiedo quale messaggio le nuove generazioni vogliano comunicarci. Di certo siamo chiamati ad essere più attenti ai nuovi linguaggi che sentiamo ma non capiamo perché non ascoltiamo. Il brano del Vangelo ci dice che i discepoli sono fortemente tentati di rivestirsi dell’abito dei primi posti per essere ossequiati e riveriti. Tentazione che Maria, la Serva del Signore, ha vinto, perché, posseduta dall’amore divino, per opera dello Spirito Santo è resa gravida e feconda di vita per tutti gli uomini, donandoci Gesù. Maria è Madre, è Vergine, è Santa perché ha riconosciuto, meditando ogni cosa nel suo cuore, che “grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente, perché ha guardato all’umiltà della Sua serva”. In Maria la Pentecoste è avvenuta dal momento dell’annunciazione: “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra”. E’ il momento in cui Maria diventa Madre, conserva la sua verginità, è proclamata santa. Per gli apostoli, pur vivendo a stretto contatto con Gesù, la Pentecoste ancora non c’è. Ragionano e parlano di Dio sulla spinta di quello che stanno imparando da Gesù ma ancora Dio non parla attraverso loro. Il loro dire e agire vanno in tutt’altra direzione: ragionano da uomini e non da uomini di Dio. La Pentecoste, giorno pieno di vento gagliardo e lingue di fuoco, spazza via ogni linguaggio umano, intriso di desiderio di potere e onnipotenza, brucia ogni pensiero carico di paura e tristezza, spalanca le porte della vita che per le strade della storia chiede di essere ascoltata e servita. Ecco finalmente il primo posto da occupare! Una logica, quella di Dio, che capovolge quella umana. E’ la legge dell’Amore che in Gesù si è celata fin dalla sua nascita nella grotta di Betlemme: Dio scende dal cielo, da Onnipotente si fa Bambino, piccolo, indifeso ma capace di trasformare il prestigio e la potenza in polvere, come pula che il vento disperde. E’ incredibile come i primi a godere della luce di Dio nel Bambino Gesù siano proprio i pastori, coloro che stanno ai margini della società, gli scartati, direbbe Papa Francesco. Sono coloro che, dichiarati impuri e dannati, non avevano il diritto nemmeno di avvicinarsi ai luoghi sacri. Tutti i discepoli lo capiranno dopo, molto tempo dopo. C’è un cammino di conversione e purificazione, di intimità con Gesù che fa spogliare dell’individualismo. Questo comporta che ogni credente, sull’esempio del Maestro, metta la sua vita a servizio degli altri dimenticandosi. La croce è strumento di morte, fa gridare allo scandalo ma Dio la trasforma in strumento di vita: vittoria, risurrezione, vita eterna! “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti”. Sono queste le parole che Gesù dice ai discepoli, che oggi ripete a noi. In queste parole è racchiusa la missione della Chiesa: servire la storia, servire l’uomo, incontrandolo nella quotidianità. Non più una Chiesa che attende dopo aver fatto suonare a festa le campane, bensì una Chiesa che esce e va a suonare il campanello alle porte delle case. Non ha forse fatto questo Maria dopo l’annuncio dell’Angelo? Non è forse uscita da casa sua mettendosi in viaggio verso la Giudea fino a bussare (il campanello non c’era) alla casa di Elisabetta? Sono due mondi diversi che s’incontrano, due generazioni completamente opposte ma gravide di vita, dove la presenza di Gesù fa danzare Giovanni e dove le mamme godono nel sentire che la vita che portano dentro trasmette vita. Questo è il vero potere da occupare: servire con gioia, con rinnovato entusiasmo, con la consapevolezza che il niente che sono è riempito dal tutto che è Dio, che la sterilità che connota l’esistenza è resa gravida dall’agire di Dio. Ogni vescovo, ogni sacerdote, ogni consacrato, ogni laico ha ricevuto da Gesù Cristo una grande eredità che va investita per portare più frutto: l’eredità del servizio, dell’amore gratuito e disinteressato, servi della grazia di Dio che si dà e si accoglie.S. Paolo VI diceva: “Sono due i malanni della psicologia umana, colpevoli delle rovine più estese e più grandi dell’umanità: l’egoismo e l’orgoglio’. Se vogliamo che l’umanità sia salvata dobbiamo essere capaci di accogliere l’invito di Gesù e seguirlo sulla strada che ha percorso: ”Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”. Chiediamo a Maria che ci aiuti a vincere l’egoismo e l’orgoglio per riprendere a ricostruire un’umanità nuova, fatta di ponti che colleghino le culture, le religioni, le razze, per accogliere le disperazioni e le sofferenze, curando le ingiustizie, sanando le ferite dell’indifferenza. A Maria, Madre e Regina della Lucania, chiediamo di aiutarci ad abbattere i muri del sospetto, della paura, della lotta tra poveri e per i poveri. La sua venuta in mezzo a noi risvegli l’amore per questa terra così bella e ricca di valori. Ci faccia la grazia di lavorare insieme, istituzioni civili e religiose, per il bene di un territorio che non può essere solo sfruttato e abbandonato al suo destino bensì valorizzato. Possano nascere germi di speranza, con una seria progettualità, per i tanti giovani che si sentono soli e abbandonati, che sperimentano l’umiliazione di una dignità calpestata per mancanza di lavoro; per le famiglie sempre più fragili e soggette al fallimento; per gli anziani soli e parcheggiati; per gli ammalati e sofferenti bisognosi di presenza umana e tanto amore. Ci aiuti, Maria di Viggiano, a risalire la china, facendoci uscire dall’isolamento individualista, dalle tenebre della paura, dall’agonia del pessimismo esasperato, dalla paralisi dell’immobilismo, lasciando il posto alla nuova aurora della speranza, alla luce senza tramonto. Sento di esprimere, a nome dell’intera Chiesa di Matera – Irsina, la mia gratitudine, ancora una volta, a S. E. Mons. Salvatore Ligorio, per la testimonianza fraterna e il legame spirituale che trasmette a tutti nell’aiutarci ad essere l’unica Chiesa di Cristo, al di là delle distinzioni di confini. Una Chiesa, quella lucana, che cammina insieme e decide insieme. Grazie a Don Paolo D’Ambrosio e Don Antonio Savone che hanno condiviso questo tempo a Pisticci prima e a Matera dopo (11 giorni) aiutandoci a pregare, a riflettere, a ricevere la grazia di Dio. Una comunione bella, vissuta con l’intera Diocesi anche attraverso l’instancabile opera di Don Vincenzo Di Lecce, Don Filippo Lombardi, Don Angelo Gallitelli. A tutti grazie, ma soprattutto alla Vergine di Viggiano che ci invita a cantare le meraviglie che il Signore ha compiuto e che vuole ancora compiere”.

*Arcivescovo di Matera-Irsina