“Preoccupato dal vuoto politico. Per ripartire serve una visione”. Monsignor Orofino torna tra la gente dopo il Covid

di Mara Risola
POTENZA– La voglia di ricominciare, di tornare tra la sua gente che in queste settimane lo ha letteralmente inondato di messaggi e affetto. Monsignor Vincenzo Orofino ha vinto il virus e dopo quaranta giorni, una vera e propria quaresima, è tornato alla sua vita di pastore, nella sua diocesi di Tursi Lagonegro. La notizia della negatività al tampone, finalmente, ricevuta nella serata di martedì scorso. Il sorriso che non ha mai abbandonato il suo volto e che adesso è tornato a donare ai suoi cari, ai suoi fedeli. Ma anche il racconto della sua esperienza di paziente vissuta in un Covid- Hotel. Uno dei pochi della Basilicata. Forse l’unico. Nonostante le richieste indirizzate alla Regione di creare residenze per i contagiati per evitare focolai domestici, non siano mai mancate. Una struttura della Caritas, un modello di accoglienza e cura del malato voluto dalla diocesi a dimensione d’uomo. E non dalle istituzioni. “Il presidente Bardi? Per la verità non lo conosco. A prescindere dal Covid, mi sembra un pò assente”. Al di là di tutto lui ce l’ha fatta.
Finalmente è tornato alla vita di sempre dopo la comunicazione della negatività al tampone. Come ha vissuto questo periodo?
“Come una prova che il Signore mi ha mandato, l’ho vissuto con molta serenità. Accompagnato dalla preghiera dei fedeli, dall’amicizia dei confratelli sacerdoti, dai vescovi, dai miei familiari, dai fedeli tutti. Una circostanza non voluta, non desiderata, che ha comportato una certa sofferenza e un periodo di incertezza. C’è stato un momento in cui la paura ha preso il sopravvento, ma è stata una paura umana. Posso davvero definirlo come un tempo di quaresima, visto che la Pasqua è ormai vicina, caratterizzata da una fragilità grande che io ho voluto offrire al signore. Mai scoramento però, ma neanche superficialità. Ho vissuto davvero 40 giorni in un contesto umano e di compagnia”. Dove ha trascorso questo periodo di convalescenza e di malattia?
“Li ho vissuti in parte a Lagonegro e in parte a Tricarico in una struttura molto bella. Un Covid-Hotel messo su dalla diocesi. Già ai miei tempi fu ristrutturato questo convento, poi monsignor Intini con il direttore della Caritas, don Giuseppe Molfese, hanno fatto la scelta di farlo diventare centro di accoglienza. Ed è un centro ben strutturato dove ci sono medici, infermieri tutto il personale vaccinato e preparato. Dodici stanze che hanno dato accoglienza a persone di tutta la Basilicata. Eravamo in sette. Voglio dire grazie al vescovo per avermi accolto, ringraziare la Caritas, gli operatori Caritas. Un tempo particolare, di incertezza, di sofferenza ma vissuto nell’essenzialità della mia fede e di una umanità sentita che ha riempito quei giorni e mi ha fatto sentire a casa. Cosa che in un ospedale è un pò difficile avere”.
Forse ci sarebbero voluti più Covid Hotel in Basilicata? Eppure erano stati annunciati…
“Le faccio il mio caso. Io ero a Lagonegro ed ero nella fase acuta, io ho anche un fratello medico e una nipote infermiera. Però mancava il contesto giusto per accogliere un contagiato Covid. L’alternativa era l’ospedale. Ecco perché ho ceduto alla richiesta di don Giuseppe. Questo Covid hotel mette insieme la cura medica con gli affetti, con la vicinanza del contesto familiare. In ogni camera c’è l’ossigeno, ci sono medici e infermieri, ma il contesto umano è quello dell’affetto familiare. So che in Basilicata dovrebbe essercene un altro. Lo ribadisco, quest’opera è stato messa su dalla Caritas”.
Magari non avremmo avuto tutti questi focolai domestici. Meno contagi e più Covid hotel. “Io ho girato la diocesi per un anno intero, assemblee, celebrazioni con tutte le attenzioni di questo mondo e non mi sono contagiato. Io mi sono contagiato in una conversazione amichevole, in una sacrestia con due sacerdoti, davanti un caffè. In un contesto familiare insomma. E’ questo il contesto più pericoloso, dove ci si distrae, dove si pensa che basti l’affetto per essere immuni. Non tocca a me dare giudizi sulla gestione dell’emergenza. Io voglio però ringraziare medici e operatori sanitari. Quelli che non hanno mai mollato in questi mesi complicatissimi. Voglio ringraziarli tutti, quelli che ho conosciuto e quelli che non ho conosciuto. I medici dell’Usca e quelli ospedalieri. I medici di base e i medici delle cliniche. Tutti quelli che ho incontrato nel mio cammino di guarigione sono stati eccezionali. Eccezionali le persone ma non posso dire altrettanto per le istituzioni. La struttura regionale devo dire la verità, non l’ho vista. Io sono stato dentro una struttura della Caritas, non regionale. Io penso che strutture come quella di Tricarico avrebbero risolto gran parte dei problemi perché i malati vengono accaduti, non si sentono abbandonati ma soprattutto non restano in famiglia a contagiare i familiari. Come me c’erano altre persone, per esempio una ragazza che non voleva stare a casa per non contagiare i genitori”.
Lei adesso ha vinto la malattia ma si farebbe vaccinare? E’ favorevole al vaccino?
“Certo. Dobbiamo fidarci della scienza. La ricerca scientifica ci aiuta. Se i medici ci dicono che l’unica soluzione è il vaccino. Dobbiamo farlo. Io mi sono vaccinato beccandomi il virus. Sono stato dichiarato ufficialmente negativo. Per alcuni mesi sto bene. Ma appena mi daranno l’ok per la vaccinazione io la farò. Un gesto di civiltà e sicurezza e che la scienza ci raccomanda”.
I sindacati lamentano una campagna vaccinale fatta a macchia di leopardo e in base al colore politico. Come se anziani e persone fragili non fossero tutte uguali…
“In questo momento in Basilicata c’è un vuoto politico. Mai come in questo momento i partiti sono scomparsi. C’è il qualunquismo non c’è la politica. E’ una parola troppo nobile. Abbiamo improvvisazione”.
Abbiamo una nuova classe dirigente nuova però. Un presidente che ha promesso cambiamento e rinnovamento…
“Non posso dire perchè non lo conosco. Non ho avuto questo piacere, salvo che in una situazione formale. Mi sembra un presidente un pò assente dalla situazione della Regione, a prescindere dal Covid”. Chi l’ha contattata durante questo periodo per sentire come stava?I fedeli, gli amici, tantissimi. E anche telefonate di tante personalità istituzionali di questa regione, come il dottor Chiorazzo, l’onorevole Latronico, il presidente Pittella, il presidente De Filippo, il direttore dell’Asp Bochicchio, l’assessore Cupparo, il consigliere Piro. Tutti amici”.
Cosa le è mancato durante la malattia e cosa farà adesso che è guarito?
“Voglio riprendere a fare il mio lavoro. Oggi celebrerò a Lagonegro, venerdì e sabato a Tursi e domenica a Francavilla perché lì il parroco è contagiato e c’è una comunità provata dai tanti contagi. Non mi è mancato nulla in questo periodo. A dirla tutta credo di non essermi reso neanche conto del rischio che ho corso. Man mano ho visto nei volti dei medici una luce di sollievo e questo mi ha fatto capire che ho rischiato tanto”.
Del resto ha avuto sintomi pesanti…
“Ho avuto febbre alta per dieci giorni. Ho avuto tosse, interessamento dei bronchi e dei polmoni e problemi alla gola e all’udito. Segni che mi hanno debilitato. Ma l’attenzione della comunità, i tantissimi messaggi, le telefonate ricevute mi hanno occupato tutta la giornata. Ho trascorso il tempo a rispondere ai messaggi, in contatto continuo con i miei fedeli e con le persone che mi sono vicine”.
Cosa dice a chi in questo momento è ancora malato o a chi ha perso un caro per colpa del Covid?
“Comprendo la sofferenza di chi sul proprio corpo ha sperimentato la sconfitta di fronte al Covid. Voglio raccontare questo aneddoto. Una mia cara amica di Lauria inferiore, una catechista, alcuni giorni prima di morire per il virus, ha scritto un messaggio ad un altro amico comune, scrivendogli ‘sto pregando per il vescovo, che possa guarire presto’. Lei pregava per me, poi dopo qualche giorno non ce l’ha fatta. Aveva solo 48 anni. La vita è un grande mistero. A tutti quelli che soffrono o che hanno avuto lutto, dico che la vita va oltre il tempo, la sofferenza e la Pasqua ce lo insegna. Il mistero della Pasqua rappresenta la vita. La resurrezione è la nostra unica speranza. Perché se la accogliamo, viviamo con la certezza che anche la nostra vita sarà eterna. Se rifiutiamo la possibilità della fede, allora la morte è la fine di tutto. Cari amici che siete nella sofferenza io prego per voi. Sappiate che Cristo è risorto per tutti e noi partecipiamo di questo evento nella resurrezione”.
Lei parla di resurrezione che in un certo senso vuol dire anche rinascita. La Basilicata ripartirà, ce la farà a riprendersi?
“Ma certo che ripartirà, come l’Italia, dobbiamo farcela. La Basilicata ha in se tante risorse per cui ha la possibilità di riprendere un cammino spedito. Occorre però avere idee chiare, saper orientare il cammino, guardare avanti. Sapere dove vuoi andare a livello sociale e amministrativo e politico. Questo anche a livello personale. Se non ho obiettivi non sarò mai felice. Camminare con un obiettivo davanti… è questo l’inizio del vero cambiamento”.