Taglio parlamentari, è roulette: voto o salva-poltrona?

POTENZA – Cronaca di una retromarcia annunciata. Il voto plebiscitario del 12 ottobre scorso (solo 14 contrari) non lasciava dubbi.

Per timore di incappare nel ciclone dell’antipolitica la Camera nell’ultima lettura votò la riforma del taglio dei parlamentari. Un voto autolesionistico, che fece turare il naso a più di qualcuno ma che praticamente all’unanimità riuscì a completare il provvedimento simbolo dei 5 stelle per ridurre i membri di Montecitorio (da 630 a 400 deputati) e Palazzo Madama (da 315 a 200 senatori). A favore si schierarono tutti nella maggioranza (M5s, Pd, Iv e Leu), ma pure Lega, Fi e Fdi. Spente le telecamere sulle aule, però, sono iniziate le manovre per annullare l’intervento. La raccolta di firme per il referendum confermativo è andata avanti molto sotto traccia: occorreva avere 64 senatori entro il 12 gennaio, cioè entro i tre mesi dall’approvazione della riforma. Quasi un paradosso: chi il 12 ottobre aveva votato a favore in prima linea per bloccare quella legge. In realtà quel voto era stato vissuto con il mal di pancia da molti onorevoli del Pd e di Italia Viva, che avevano messo il loro sì per evitare di aprire una crepa nel governo. Risultato raggiunto anche attraverso il contributo dei senatori lucani Moles, Pittella e De Bonis. La macchina della politica è riuscita a trovare velocemente la strada quanto meno per rinviare la decimazione delle rappresentanze parlamentari, e quindi delle poltrone. Non è stato difficile, perché la Costituzione dice che bastano le firme di un quinto dei senatori o dei deputati per portare una legge come quella del taglio dei parlamentari alla prova referendaria.

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di Celestino Benedetto