POTENZA - La guerra in Iran potrebbe presentare un conto decisamente salato per le imprese lucane: 80 milioni di euro in più a causa del nuovo shock energetico innescato dall’attacco di Israele e Stati Uniti e dalla conseguente chiusura dello stretto di Hormuz, uno dei principali corridoi marittimi energetici del mondo. Le stime dell’Ufficio studi della Cgia dimostrano il concreto rischio di nuovi rincari strutturali dei costi energetici. Le aziende italiane potrebbero trovarsi a pagare quest’anno 7,2 miliardi di euro in più per l’elettricità e altri 2,6 miliardi per il gas. Una variazione percentuale rispetto al 2025 del +13,5. In questo scenario, l’effetto combinato dei rincari energetici rischia di comprimere ulteriormente i margini delle imprese, già messi alla prova da un contesto internazionale instabile. Le realtà imprenditoriali più penalizzate dall’incremento delle bollette sarebbero quelle ubicate nelle regioni dove la presenza delle attività commerciali e produttive è più diffusa. Come la Lombardia che dovrebbe registrare un aumento dei costi energetici di quasi 2,3 miliardi di euro. Seguono l’Emilia Romagna con +1,2 miliardi, il Veneto con 1,1 miliardi, il Piemonte con 879 milioni e la Toscana con 670 milioni. La Basilicata con i suoi +80 milioni si piazza al terz’ultimo posto davanti a Molise e Valle d’Aosta. Alla vigilia dell’attacco israelo-americano all’Iran (venerdì 27 febbraio), il gas scambiava a 32 euro al megawattora e l’energia elettrica a 107,5 euro. Nel giro di pochi giorni (al 4 marzo del 2026) i prezzi sono balzati rispettivamente a 55,2 e 165,7 euro, per poi flettere di poco. Almeno per il momento, in ogni caso, lo scenario attuale è molto diverso da quello vissuto quattro anni fa, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Nel 2022 il prezzo medio dell’energia elettrica arrivò a 303 euro al megawattora, mentre il gas toccò in media 123,5 euro. Oggi, pur in presenza di un rialzo significativo, siamo lontani da quei picchi: la media del 2025 si attesta a 116,1 euro per l’energia elettrica e a 38,7 per il gas. Numeri che invitano alla prudenza, ma che ridimensionano il paragone con la crisi energetica innescata dalla guerra in Ucraina. La Cgia di Mestre chiede soluzioni immediate a tutela del comparto produttivo: “Se in Italia i costi energetici sono strutturalmente più alti della media europea, per le piccole imprese italiane il problema non può essere risolto solo con misure “tampone”. Servono interventi di politica energetica strutturali, capaci di ridurre il differenziale di prezzo e stabilizzare i costi nel medio periodo. Una prima leva riguarda la composizione della bolletta. Nel nostro Paese una quota rilevante del prezzo finale è formata da oneri di sistema, accise e Iva, che incidono proporzionalmente di più sui piccoli consumatori. L’Arera ha più volte evidenziato come la componente fiscale pesi oltre la media UE. Spostare parte di questi oneri sulla fiscalità generale – come già fatto temporaneamente durante la crisi 2022-2023 – renderebbe il costo dell’energia più aderente ai consumi effettivi, alleggerendo in particolare artigiani, negozi e microimprese”.