Un commissario "sblocca petrolio" per autorizzare nuovi pozzi
Il provvedimento del governo annunciato dalla premier Meloni riapre la partita su royalties e tutela ambientale. Le opposizioni: "Si impugni il decreto"
POTENZA - Il «commissario sblocca petrolio» si avvicina alla Basilicata. Quello che Giorgia Meloni aveva annunciato nei giorni scorsi a Bari, parlando della necessità di «intensificare l’estrazione degli idrocarburi presenti nel nostro territorio, come in Basilicata», adesso prende la forma di una norma destinata a modificare i tempi delle autorizzazioni. Il Consiglio dei ministri ieri ha infatti approvato il provvedimento che introduce una procedura più rapida per i procedimenti relativi alla prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi sulla terraferma. E la leva scelta dal Governo è quella dei commissari. L’obiettivo dichiarato è chiaro: evitare che i tempi delle amministrazioni regionali possano rallentare all’infinito procedimenti considerati strategici per la sicurezza energetica nazionale. In caso di mancata espressione dell’intesa richiesta alla Regione, sarà assegnato un ulteriore termine per provvedere, accompagnato da una specifica interlocuzione istituzionale. Se, nonostante questo passaggio, dovesse persistere l’inerzia, il Consiglio dei ministri potrà nominare un commissario ad acta, esercitando i poteri sostitutivi previsti dall’articolo 120, secondo comma, della Costituzione. Una procedura che, per la Basilicata, non è un dettaglio tecnico. La regione che da decenni garantisce una quota rilevante della produzione nazionale di petrolio torna infatti al centro della politica energetica del Governo proprio nel momento in cui Roma punta a valorizzare maggiormente le risorse nazionali di idrocarburi. Meloni non ha nascosto la direzione di marcia. «Permetterà allo Stato di nominare dei commissari», ha spiegato la premier, «che aiutino le Regioni a tagliare i tempi» e a rilasciare più velocemente permessi e concessioni per «la ricerca, l’esplorazione e l’estrazione di idrocarburi». Una scelta che Palazzo Chigi lega alla sicurezza degli approvvigionamenti e alla necessità di ridurre la dipendenza energetica dall’estero. Il Governo, dunque, punta sulla velocità. «L’Italia non può permettersi di aspettare decenni prima di sbloccare una concessione», è il ragionamento della presidente del Consiglio. La nuova norma viene inserita in un quadro più ampio nel quale infrastrutture e attività energetiche vengono considerate strategiche per l’interesse nazionale, soprattutto davanti alle nuove tensioni sui mercati internazionali dei prodotti petroliferi.
MELONI-La posizione di Palazzo Chigi è stata sintetizzata dalla stessa Meloni: aumentare la produzione nazionale significherebbe ridurre la dipendenza dall’estero, contenere i costi per famiglie e imprese e rafforzare la sicurezza energetica del Paese. A questo si aggiungerebbero, nella prospettiva del Governo, maggiori royalties e benefici economici e occupazionali per i territori interessati. Una prospettiva che inevitabilmente guarda alla Basilicata, dove il tema del petrolio non può essere separato dal bilancio tra benefici economici e costi ambientali e territoriali. L’arrivo di nuove procedure accelerate riapre così una discussione mai realmente chiusa: non soltanto quanto petrolio estrarre, ma soprattutto a quali condizioni, con quali garanzie e con quale ritorno effettivo per le comunità lucane. Ed è proprio qui che potrebbe aprirsi il prossimo fronte politico. Perché se Roma rivendica l’interesse nazionale sulla sicurezza energetica, la Basilicata dovrà chiedere che quell’interesse nazionale non si traduca semplicemente in un’accelerazione delle autorizzazioni.
LE OPPOSIZIONI- “Dopo le dichiarazioni di Meloni avevamo già chiesto un Consiglio regionale straordinario. Il nuovo decreto rende ancora più urgente sapere cosa il Presidente della Regione sapeva, quale posizione intenda assumere e se siano state lese le prerogative costituzionali della Basilicata”. E' quanto sollecitano i consiglieri di centrosinistra in Consiglio regionale che hanno e richiesto la convocazione di un'assise, chiedendo al presidente Bardi di venire in aula per chiarire se fosse stato preventivamente informato degli orientamenti del Governo nazionale, se li condividesse e quale posizione intendesse assumere. "L’articolo 2 - proseguono le minoranze- introduce un meccanismo attraverso il quale, in caso di mancata espressione dell’intesa regionale, il Consiglio dei ministri può arrivare alla nomina di un commissario ad acta chiamato a esprimere l’intesa in sostituzione della Regione. L’intesa della Regione non può essere considerata un adempimento meramente formale quando le decisioni incidono così profondamente sul territorio. Per questa ragione chiediamo alla Giunta regionale di attivare immediatamente l’Avvocatura regionale affinché verifichi se l’articolo 2 del decreto-legge n. 157 del 2026 determini una lesione delle competenze costituzionalmente attribuite alla Regione Basilicata e se sussistano, conseguentemente, i presupposti per promuovere ricorso dinanzi alla Corte costituzionale ai sensi dell’articolo 127 della Costituzione. Allo stesso tempo chiediamo al Presidente Bardi di assumere un’iniziativa politica nei confronti del Governo e durante l’iter parlamentare. La Basilicata - concludono- deve esercitare fino in fondo le proprie prerogative e partecipare da protagonista alle decisioni che riguardano il proprio territorio e il proprio futuro". (A.G.)
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