POTENZA – Ci sono segnali che ti fanno capire che una storia, una squadra, una stagione possono essere speciali. Ma non sono segni divini. Sono effetti terreni. Che hanno il sapore del lavoro, del sudore, dell’impegno, della disponibilità. E perché no dell’entusiasmo, dell’allegria, del divertimento. Non tutte le grandi imprese hanno una matrice di sofferenza. A volte è l’esatto opposto. E’ la voglia di stare dentro a un progetto che poi mixa l’aspetto ludico a quello del sacrificio. E il Potenza di Macchia, di Di Bari, di Tisci sembra essere il risultato di tutte queste componenti. Un contesto in cui si scherza, ma si fa sul serio. Si ride, ma se è il caso, ci si incazza. Una miscela che porta prestazioni, gol, vittorie e che sa drenare anche gli effetti di una delusione. Perché si riparte in un attimo. Perché se qualcuno è stanco, c’è chi è disposto a correre al tuo posto.
Perché se c’è da rifiatare, c’è qualcuno che non ti farà rimpiangere. E così si arriva alla nuova impresa di Coppa. Il Potenza che batte il Bari, che accede ai quarti di finale, e lo fa con le seconde linee. Lo fa con chi non si è preso i meriti di una stagione, fin qui, eccezionale. Quando succede capisci che qualcosa di speciale c’è. E non è un segnale che giunge dall’alto. Arriva dal basso, dalle viscere, dalle emozioni positive che si autoalimentano. Vincere contro una big non è un’impresa per forza eccezionale. Ma lo diventa se accade come nella partita di martedì sera col Bari. In cui Tisci sceglie undici giocatori totalmente diversi rispetto alle ultime tre uscite di campionato, una formazione in cui solo De Marco, Murano e in parte Franzolini sono equiparabili a dei titolari. Eppure in 90 minuti non ti accorgi delle differenze. Franchi dà sicurezza, Staver e Giannini (tranne qualche impaccio iniziale) lavorano in sincro, Adjapong e Verza spingono come ossessi, Manfredonia fa legna e cuce, Bruschi rifinisce, Dos Santos incanta. Ma non sono le giocate singole. E’ il contesto di gruppo. E’ una squadra, per quanto sperimentale, che ha conoscenze, che sa applicarle, che si muove come un’orchestra, che dura (atleticamente) per 70 minuti su livelli altissimi. Ed ecco che il miracolo smette di assomigliare a un regalo dal cielo, ma sembra più simile a un frutto della terra.
Lo confermano anche le parole di Tisci a fine gara: “Questo è conseguenza del lavoro che si fa dall’inizio di questo percorso, e di come loro lo stanno facendo. Di come lo stanno interpretando. Al di là delle nozioni che io e il mio staff diamo loro”. Il tecnico genovese entra nello specifico: “Avevo scelto questa formazione già da qualche giorno. Glielo avevo fatto capire. E la cosa bella è stato vedere che durante gli allenamenti chi sapeva di non giocare, ha spinto forte per allenare al meglio chi sarebbe dovuto scendere in campo. Questi ragazzi hanno uno spirito che a me piace. Ci mettono passione, intensità, sono un gruppo vero. E io sono orgoglioso di loro”. La Coppa è un obiettivo reale, il Potenza ci tiene a tenere il più a lungo possibile la Coccarda cucita sul petto, patron Donato Macchia ha caricato la squadra negli spogliatoi prima del match, ribadendo il concetto di provare a restare dentro la competizione. Centrati i quarti, ora c’è l’ostacolo Savoia da affrontare, sempre al Viviani, il prossimo 8 dicembre. Ma da qui al giorno dedicato all’Immacolata ci sono altre sei gare ruggenti di campionato da affrontare, a partire da quella di domenica con il Crotone. Se si guarda al percorso fatto, sembra di essere in viaggio da un’eternità, eppure il tragitto è appena iniziato. Sarà lungo, tortuoso, pieno di insidie. Da vivere con il coraggio e la gioia mostrati fino a questo momento. Sono segnali. Non ultraterreni. Ma profondamente umani.