POTENZA – Per una colonscopia in Basilicata si attendono in media 85 giorni. Un tempo che, se confrontato con la funzione diagnostica e preventiva di questo esame, appare particolarmente rilevante. La fotografia emerge dai dati della Piattaforma Nazionale Liste d’Attesa dell’Age.Na.S. relativi ai primi quattro mesi del 2026 e conferma come anche per una prestazione fondamentale nella lotta ai tumori del colon-retto il sistema sanitario continui a fare i conti con ritardi e difficoltà organizzative.
A livello nazionale quasi sei colonscopie urgenti su dieci vengono prenotate oltre i tempi previsti. Nella classe U, quella che dovrebbe garantire l’esame entro tre giorni, il 59,9% delle prestazioni risulta fuori soglia. Ma i ritardi non riguardano soltanto le urgenze: il 25,2% delle prestazioni brevi supera i dieci giorni, il 22,6% delle differite oltrepassa i sessanta giorni e il 35,7% delle programmate va oltre i 120 giorni previsti. Numeri che assumono un significato particolare perché la colonscopia rappresenta uno degli strumenti più efficaci per individuare precocemente polipi e neoplasie del colon-retto. In molti casi una diagnosi tempestiva può fare la differenza tra una cura semplice e una malattia scoperta in fase avanzata. Tra gennaio e aprile di quest’anno in Italia sono state prenotate oltre 160 mila colonscopie, pari a circa il 3% di tutte le prestazioni diagnostiche monitorate dall’Age.Na.S. Un volume importante che testimonia la crescente domanda di prevenzione e di controlli specialistici.
Il confronto tra le Regioni evidenzia differenze profonde. Veneto, Emilia-Romagna e Toscana si confermano tra i sistemi sanitari più efficienti nel garantire il rispetto dei tempi. All’opposto, Sicilia, Puglia e Umbria registrano percentuali elevate di prestazioni fuori soglia in quasi tutte le classi di priorità. La Basilicata si colloca in una posizione intermedia ma non priva di criticità. Gli 85 giorni medi di attesa indicano una situazione che, pur non raggiungendo le punte più allarmanti registrate in altre realtà del Mezzogiorno, resta distante dagli standard auspicati soprattutto in una regione che da anni combatte contro lo spopolamento e l’invecchiamento della popolazione, due fattori che accrescono il bisogno di prestazioni diagnostiche e di screening. Il tema delle liste d’attesa si intreccia inoltre con quello della mobilità sanitaria. Non pochi cittadini lucani, di fronte a tempi considerati troppo lunghi, scelgono di rivolgersi a strutture private o di spostarsi in altre regioni, sostenendo costi aggiuntivi per ottenere una risposta più rapida.
Da tempo le strutture della specialistica ambulatoriale convenzionata sostengono di poter offrire un contributo significativo alla riduzione delle liste d’attesa. Il problema, secondo gli operatori del settore, è rappresentato dai tetti di spesa e dai limiti di budget che impediscono di mettere a disposizione del Servizio sanitario regionale tutte le capacità operative esistenti. Una questione che torna periodicamente al centro del confronto tra istituzioni regionali, aziende sanitarie e strutture accreditate. Il rischio, evidenziato dai dati nazionali, è che il diritto alla prevenzione finisca per dipendere sempre più dal territorio di residenza. Per una prestazione che può risultare decisiva nella diagnosi precoce di un tumore, la differenza tra pochi giorni e diversi mesi di attesa non è soltanto una questione organizzativa ma un problema di salute pubblica. In Basilicata, come nel resto del Paese, la sfida resta quella di trasformare i numeri delle liste d’attesa in un indicatore concreto della capacità del sistema sanitario di garantire ai cittadini cure tempestive, appropriate e uguali per tutti. Perché quando si parla di prevenzione oncologica, il tempo non è un dettaglio: è parte integrante della cura.