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Furono 4 le vittime dell'alluvione

Sei condanne per l’inferno del 2013 tra Ginosa e Metaponto

A Taranto la sentenza di primo grado: pene (sospese) da 12 a 18 mesi per gli allora dirigenti dell’Autorità di Bacino della Basilicata accusati di inondazione e disastro colposi

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Primo Piano
Sei condanne per l’inferno del 2013 tra Ginosa e Metaponto
TARANTO - Inondazione e disastro colposi, queste le accuse che hanno portato alla condanna a pene comprese tra un anno e un anno e sei mesi (con pena sospesa) per sei dirigenti dell’allora Autorità di Bacino della Basilicata in relazione all’alluvione di Ginosa e Metaponto che nell’ottobre del 2013 provocò quattro vittime, tra cui il 32enne infermiere di Montescaglioso, Pino Bianculli, travolto dalla furia dell’acqua con la sua auto sulla strada in contrada Pantano mentre stava rientrando a casa dopo una giornata di lavoro.
Pino Bianculli, la vittima lucana dell'alluvione 
Pino Bianculli, la vittima lucana dell'alluvione 
Si è chiuso così, davanti al tribunale di Taranto, il processo di primo grado a carico di 27 persone. Tutti assolti gli altri 21 imputati (tra dirigenti dell’Autorità di Bacino della Provincia di Taranto, dei Comuni di Ginosa e Laterza, del Parco Naturale Terre delle Gravine e dell’Acquedotto Pugliese), con il giudice che ha accolto soltanto in minima parte le richieste della procura. L’accusa di omicidio colposo era stata già dichiarata prescritta nel 2022 durante l’udienza preliminare. Antonio Anatrone (all’epoca segretario generale), Mario Cerverizzo (ex segretario generale), Giuseppe D’Alise (ex dirigente ufficio Affari Generali ed Organizzativi), Giovanni Di Bello (ex dirigente ufficio Piani e Programmi), Carmelo Paradiso (all’epoca dirigente ufficio Piani e Programmi) e Mariano Tramutoli (all’epoca dirigente ufficio Piani e Programmi) sono stati condannati, in solido con il responsabile civile dell’epoca, ovvero l’Autorità di Bacino della Basilicata che coincide con l’attuale Autorità distrettuale dell’Appennino Meridionale, a risarcire i danni alle parti civili costituite.
Al centro delle contestazioni rimaste in piedi a quasi 13 anni dai fatti, le omissioni che secondo la ricostruzione accusatoria avrebbero contribuito a determinare una grave alterazione del territorio e dei centri abitati con esposizione in pericolo della pubblica incolumità e con danni a infrastrutture pubbliche e private, strade, aziende e terreni. Alla sentenza di primo grado si è arrivati a quasi dieci anni di distanza dalla chiusura delle indagini preliminari, datata settembre 2016. Secondo la ricostruzione del pm Ida Perrone, a causare il disastro erano state una serie di omissioni, a cominciare dalla mancata manutenzione di impianti idrici e corsi d’acqua. Il violento nubifragio devastò gran parte del territorio del Metapontino e mise in ginocchio diversi paesi al confine tra Puglia e Basilicata. Oltre al lucano Bianculli, l’alluvione costò la vita a Rossella Pignalosa, ragioniera di 30 anni travolta dalla piena di un torrente e ai coniugi Chiara Moramarco (25 anni) e Giuseppe Bari (35 anni), entrambi di Altamura.
Negli anni precedenti c’erano state diverse altre alluvioni ma nel tempo, secondo l’ipotesi accusatoria, non era stata garantita la giusta manutenzione a impianti idrici e corsi d’acqua ostruiti da detriti e vegetazione. La forte pioggia del giorno precedente al disastro, inoltre, avrebbe dovuto indurre i tecnici a dichiarare lo stato di preallarme. In particolare, i dirigenti e i tecnici dell’Autorità di bacino della Basilicata erano accusati di aver effettuato “carente istruttoria tecnica e vigilanza (sopralluoghi, ricognizioni, studi idrogeologici e idraulici del reticolo idrografico) sulle aree dei torrenti Lognone Tondo e Gravinella”. In pratica, al Comitato Tecnico non sarebbero state segnalate le criticità esistenti, “ovvero la presenza di ostruzioni naturali dovute a vegetazione spontanea e detriti, né promuovevano le iniziative di legge cui erano tenuti”.

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