Lucania Felix, in aula la requisitoria del pubblico ministero
Chiesti 30 anni di carcere per Martorano e Stefanutti
Pesanti le richieste di condanna per i diversi accusati, a vario titolo, di essere i promotori e gli esponenti di spicco del presunto sodalizio criminale di stampo mafioso
POTENZA - A quasi quattro anni di distanza dall’avvio del dibattimento di primo grado con rito immediato per i 37 indagati raggiunti da misura cautelare nel novembre del 2021, sono arrivate le conclusioni dell’accusa nell’ambito del processo “Lucania Felix” al clan Martorano-Stefanutti. E dalla requisitoria del pubblico ministero Marco Marano sono arrivate pesanti richieste di condanna: 30 anni per Renato Martorano, Dorino Rocco Stefanutti, Donato Lorusso e Salvatore Santoro, accusati, a vario titolo, di essere i promotori e gli esponenti di spicco del presunto sodalizio criminale di stampo mafioso. Martorano e Stefanutti, secondo gli inquirenti, sono i reggenti di un clan egemone sul territorio di Potenza e dintorni anche grazie a sinergie con alcune delle ‘ndrine più pericolose della ‘ndrangheta calabrese. Il blitz della Dda di Potenza, scattato nell’autunno del 2021, aveva permesso di ricostruire ben 15 anni di attività criminale del clan che, nonostante i numerosi blitz intercorsi negli anni precedenti, avrebbe continuato ad operare nel settore del traffico delle sostanze stupefacenti (i cui proventi, secondo l’accusa, servivano a finanziare il sodalizio e alimentare la cosiddetta “bacinella” per il sostentamento dei sodali detenuti e dei loro familiari), ma anche in altre numerose attività criminali come l’usura e le estorsioni.
Il clan nel corso degli anni avrebbe stretto solidi legami con la famiglia Pesce-Bellocco di Rosarno e i Grande Aracri di Cutro. Durante le indagini erano stati acquisiti documenti contenenti veri e propri riti di affiliazione, regole, organigrammi e ruoli di vertice delle cosche della ‘ndrangheta. Dagli accertamenti investigativi era emerso come la continuità operativa del clan avesse trovato nuova linfa dalla scarcerazione prima di Dorino Stefanutti e poi di Renato Martorano. Il sodalizio potentino sarebbe compenetrato nel tessuto economico ed imprenditoriale cittadino, anche grazie al ricorso ad azioni eclatanti, come quella del marzo del 2020, quando Martorano, secondo la Dda, avrebbe esploso quattro colpi di arma da fuoco contro l’abitazione di un imprenditore di Palomonte (in provincia di Salerno) accusato di aver avviato un contenzioso da 900mila euro con un soggetto ritenuto dagli inquirenti vicino al sodalizio. Dal carcere, dove era rinchiuso per la condanna definitiva a 18 anni per l’omicidio di Donato Abbruzzese a Potenza del 2013, Dorino Stefanutti avrebbe continuato a impartire specifiche direttive verso l’esterno attraverso la consegna di “pizzini” ai suoi familiari durante i colloqui. Per la figlia Manuela, la sorella Albina e l’ex moglie Elvira D’Ascoli il pm Marano ha chiesto una condanna a otto anni di reclusione. Ancora più pesante, 13 anni, la richiesta per il genero di Stefanutti, Valentino Scalese. Stessa richiesta anche per Saverio Postiglione, più alta (16 anni) quella per Federico Orlando. C’è poi il neo collaboratore di giustizia Marco Triumbari, ascoltato in una delle scorse udienze sui vari “affari” del clan: per lui il pm ha chiesto 3 anni e 4 mesi. Dopo la requisitoria del pm, la fase di discussione si preannuncia lunga e articolata con il doveroso spazio da dare alle difese. Per la sentenza bisognerà di conseguenza attendere il prossimo autunno.
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