POTENZA- Siamo alla fine dell’estate. Ma la ripresa politica non è mai stata così carica di significati. L’orizzonte prossimo sono le elezioni Politiche. Ma lo sguardo è anche più lungo. E il quadro politico in divenire. Roberto Cifarelli ha ormai lasciato il Pd, ma quelli appena passati sono stati mesi estivi intensi. Fatti di una sorta di “riposo attivo”. «Ho rallentato un po’ - dice -, ma ho continuato a girare la Basilicata, incontrare persone, ascoltare. Quest’anno, poi, è iniziato il viaggio di Basilicata è – Costruire l’alternativa, il libro che ho scritto proprio per provare ad aprire una discussione sul futuro della nostra regione. Le presentazioni mi stanno confermando una convinzione: non è vero che le persone non vogliono più occuparsi di politica. Incontro cittadini che discutono di sanità, università, mobilità, spopolamento, lavoro, futuro dei propri paesi. La domanda di politica esiste ancora. Sono venuti meno i luoghi nei quali questa domanda può esprimersi e purtroppo i partiti hanno progressivamente smesso di essere quei luoghi».
Sono trascorsi più di sei mesi dalla sua decisione di non rinnovare la tessera del Pd. È cambiato qualcosa nel suo giudizio? «No. È stata una decisione sofferta e dolorosa, maturata nel tempo, ma non ho avuto ripensamenti. C’è semmai una cosa che mi ha colpito. In più di sei mesi nessun dirigente nazionale del Pd, a parte Roberto Speranza e Enzo Amendola che considero amici, ha avuto la sensibilità, o anche soltanto la curiosità, di telefonarmi per chiedermi perché avessi assunto quella decisione. Non lo dico con risentimento. Non avevo bisogno di essere consolato né di essere convinto a tornare indietro. Però politicamente qualcosa significa. Uno potrebbe scherzarci sopra dicendo: meno siamo, meglio stiamo. Se una persona eletta per tre legislature in Consiglio regionale nelle liste del Pd decide di non rinnovare la tessera e nessuno ritiene utile approfondirne le ragioni, qualche domanda sul rapporto tra un partito e la propria comunità politica bisognerebbe porsela».
Quindi nessun rancore verso il Pd? «Assolutamente no. Nel Pd ho tanti amici, persone con le quali ho condiviso anni di battaglie politiche, amministrative e anche umane e che continuo a frequentare. Con Piero Lacorazza in Consiglio regionale, per esempio, ho un bellissimo rapporto. Non si cancellano tanti anni della propria vita perché non si ha più una tessera in tasca. Ho lasciato un partito, non le mie idee. Sono e resto un progressista e un riformista. Il centrosinistra è il mio campo politico, ma non credo nei recinti. Oggi mi sento più libero di lavorare per costruire un’alternativa più larga, mettendo in relazione partiti, movimenti civici, culture riformiste e liberali e quelle energie sociali che possono condividere un progetto diverso per la Basilicata. In Consiglio regionale, insieme agli altri colleghi dell’opposizione di centrosinistra, stiamo facendo un lavoro comune di controllo, proposta e contrasto alle politiche della Giunta Bardi. Proveniamo da esperienze diverse, ma abbiamo imparato a lavorare insieme. È una base importante dalla quale ripartire».
Intanto il Pd lucano si prepara al congresso regionale. Come lo guarda oggi che non ne fa più parte? «Con attenzione. Sarebbe singolare che non mi interessasse ciò che accade nel principale partito del centrosinistra lucano. Vedo però una eccessiva morbosità sotto traccia sui nomi e sulle alleanze tra correnti e poca discussione pubblica sulle questioni che dovrebbero venire prima: quale Pd si vuole costruire? Per rappresentare chi? Con quale idea della Basilicata? E con quali alleanze politiche, civiche e sociali si vuole costruire l’alternativa? Un congresso dovrebbe servire soprattutto a questo. Un Pd forte, aperto e capace di tornare a discutere con la società è nell’interesse non soltanto del Pd, ma dell’intera alternativa al centrodestra. Tra lavoro e impresa trovo più convergenze di quanto spesso immagini la politica»
Girando la Basilicata con il suo libro, quale società lucana ha incontrato? «Una società più disponibile a discutere e a costruire di quanto immaginiamo. Mi sto confrontando con sindacati, imprenditori, amministratori, professionisti, associazioni, cittadini. E registro una cosa interessante: una forte affinità tra molte delle questioni che pongo e quelle che ascolto sia dai rappresentanti dei lavoratori sia dalle associazioni imprenditoriali. Naturalmente partono da interessi e sensibilità differenti. Ma sulle questioni fondamentali le distanze si riducono: tutti vedono una Basilicata che perde giovani e competenze; tutti chiedono servizi migliori, collegamenti, una pubblica amministrazione più efficiente, formazione, lavoro qualificato, capacità di attrarre investimenti. Lavoro e impresa non devono essere necessariamente due campi contrapposti. Entrambi hanno bisogno di una Basilicata che cresca, produca ricchezza, sappia distribuirla e offra una prospettiva alle nuove generazioni. Per questo penso che serva un nuovo patto sociale e politico per la Basilicata, costruito attorno a pochi grandi obiettivi condivisi. Non significa cancellare differenze e interessi diversi. Significa riconoscere che, di fronte al declino demografico e alla perdita di opportunità, esiste ormai un interesse comune: ridare fiducia e rimettere la Basilicata nelle condizioni di crescere. Per battere il centrodestra non basta riunire quelli che sono già dall’altra parte. Bisogna modificare i rapporti di forza».
Lei parla di allargamento. A Matera, alle ultime comunali, aveva già costruito una coalizione molto diversa da quella tradizionale del centrosinistra. Quell’esperienza è finita con le elezioni? «No, e credo che sarebbe un errore archiviarla come una semplice esperienza elettorale comunale. A Matera abbiamo provato a costruire qualcosa che andava oltre gli schieramenti tradizionali. Accanto a Matera Democratica c’erano socialisti, Azione, Italia Viva, Più Europa, movimenti civici e anche l’apporto di persone provenienti dalla cultura liberale. Non c’erano, invece, tutte le componenti progressiste. Eppure quella coalizione arrivò a un passo dal governo della città. Quell’esperienza mi ha convinto che una coalizione non si costruisce semplicemente sommando le sigle che appartengono formalmente a un campo, ma mettendo insieme forze diverse attorno a un progetto. Naturalmente una coalizione regionale è un’altra cosa e richiede il coinvolgimento pieno delle forze progressiste che a Matera non erano con noi. Ma la lezione politica resta. L’alternativa si costruisce unendo il proprio campo e, nello stesso tempo, rendendolo capace di attrarre forze che oggi stanno altrove. Questo vale anche per Azione e Italia Viva e per quel mondo liberale, riformista e civico che non può essere consegnato automaticamente al centrodestra. Se ci limitiamo a sommare quelli che già si oppongono a Bardi rischiamo di costruire una buona opposizione. Se vogliamo governare la Basilicata dobbiamo cambiare i rapporti di forza. Non possiamo limitarci ad amministrare il nostro restringimento».
E invece qual è oggi il suo giudizio sulla Regione governata da Bardi? «Il problema principale continua a essere l’assenza di una visione della Basilicata dei prossimi vent’anni. Siamo una regione che perde abitanti, soprattutto giovani, e rischiamo di abituarci a questa condizione. Si riduce la popolazione e allora ridimensioniamo servizi, scuole, trasporti, presidi. Poi la riduzione dei servizi rende ancora più difficile restare e accelera lo spopolamento. Non possiamo limitarci ad amministrare, tra l’altro male, il nostro restringimento. Dentro questo quadro vedo due grandi croci della Regione e della presidenza Bardi: sanità ed energia».
Perché proprio la sanità? «Perché i problemi sono ormai strutturali. Abbiamo una situazione finanziaria molto difficile, una mobilità passiva enorme, liste d’attesa che in molti casi rendono teorico il diritto a ricevere una prestazione in tempi ragionevoli. E alla fine, di fronte agli sforamenti della spesa, si arriva persino a chiedere un ulteriore ticket ai cittadini. Ma sarebbe un errore ridurre tutto ai conti. Manca ancora una vera idea di rete sanitaria regionale e il Piano proposto dall’assessore Latronico è insufficiente, perché indica obiettivi generali, ma non compie fino in fondo le scelte necessarie per ridisegnare la rete. Una regione delle nostre dimensioni non può ragionare come se ogni azienda e ogni ospedale fossero mondi autosufficienti. Potenza, Matera, Crob e ospedali territoriali devono essere parti di un’unica rete, con funzioni chiare e complementari, mentre bisogna costruire davvero la sanità di prossimità. Le persone pongono domande molto semplici: quando sto male, dove devo andare? Come ci arrivo? Quanto tempo impiego ad arrivarci? Quanto devo aspettare per una visita o un esame? È da queste domande che dovrebbe partire una riforma».
L’altra “croce” è l’energia. Eppure la Basilicata produce energia e possiede importanti risorse naturali. «Ed è proprio questo il paradosso. Siamo una regione straordinariamente ricca di risorse naturali che troppo spesso si comporta come una regione povera. Abbiamo dato e continuiamo a dare acqua, petrolio e gas al Paese. Abbiamo sole e vento. Eppure le nostre aree industriali faticano ad attrarre investimenti e le imprese lucane non riescono a ricavare dall’energia quel fattore di competitività che dovrebbe derivare dal territorio nel quale operano. Le royalties hanno finanziato interventi importanti, ma troppo spesso sono diventate una componente quasi ordinaria della spesa regionale. Una risorsa straordinaria e irripetibile dovrebbe invece lasciare qualcosa di straordinario e permanente. Dopo le dichiarazioni della presidente Meloni sull’aumento delle estrazioni e le conseguenti decisioni del Governo, il tema diventa ancora più serio. Non ne faccio una battaglia ideologica. Pongo domande concrete: quanto si vuole estrarre? Dove? Per quanto tempo? Con quali garanzie ambientali e occupazionali? E soprattutto: cosa resterà ai lucani quando la stagione del petrolio sarà terminata?».
Nel suo libro torna continuamente il tema del futuro. Non rischia di essere una parola astratta? «Lo diventa se la utilizziamo nei convegni e poi continuiamo a governare guardando soltanto al prossimo bilancio. La parola futuro è declinata insieme a consapevolezza, fiducia, speranza. Parlare della Basilicata del 2040 o del 2050 significa chiedersi oggi quale sistema sanitario vogliamo, quale università, quali collegamenti, quale economia, quale agricoltura, quale organizzazione dei comuni, quale rapporto con le nostre risorse naturali. È anche il motivo per cui ho scelto il sottotitolo Costruire l’alternativa. L’alternativa non consiste semplicemente nel sostituire Bardi con un presidente di centrosinistra. Bisogna costruire un’altra idea della Basilicata. Le primarie non devono stabilire chi comanda. Devono scegliere chi può unire, allargare e vincere».
Sul piano nazionale il quadro è in movimento. Il centrosinistra discute ancora di campo largo. Come vede questa fase? «Penso che il centrosinistra debba capire innanzitutto che la prossima sfida non si vince facendo la somma aritmetica delle percentuali dei partiti. Pd, Avs e M5s sono indispensabili, ma l’alternativa deve essere più larga. Bisogna parlare al mondo civico, agli amministratori, ai riformisti, ai liberali, al mondo del lavoro e dell’impresa e anche a quella parte molto ampia della società che ha semplicemente smesso di votare. È lo stesso ragionamento che faccio per la Basilicata: alla politica spetta il compito di mettere insieme e trasformare le convergenze che esistono nella società in un progetto di governo.»
Schlein, chiudendo la Festa dell’Unità, ha aperto alle primarie, pur ribadendo che prima viene il programma. Conte le considera necessarie per evitare che il leader venga scelto nelle “segrete stanze”. Le posizioni si stanno avvicinando? «Mi pare un passo avanti importante. Soprattutto perché si sta superando una discussione un po’ astratta sul sì o no alle primarie. La vera domanda è a cosa devono servire. Programma, perimetro della coalizione e leadership non sono tre pratiche amministrative da sbrigare una dopo l’altra. Devono maturare insieme, perché anche il programma deve essere costruito da qualcuno e dobbiamo capire quali partiti, movimenti, esperienze civiche e forze sociali vogliamo coinvolgere. Mi convince molto una cosa detta da Schlein: bisogna allargare, non restringere. Le primarie possono essere preziose proprio se diventano parte di questo processo. Non devono servire a stabilire chi comanda nel centrosinistra. Devono aiutarci a scegliere chi può unirlo, allargarlo e metterlo nelle condizioni di vincere le elezioni. Se Onorato decidesse di candidarsi alle primarie, lo sosterrei con convinzione».
Quindi il candidato non deve essere necessariamente Schlein o Conte? «Non imposterei mai la questione contro di loro. Schlein e Conte sono protagonisti indispensabili della costruzione dell’alternativa. Ma dobbiamo domandarci non soltanto chi può vincere le primarie, ma chi, dopo averle vinte, ha maggiori possibilità di tenere insieme la coalizione, allargarla e vincere le elezioni. Se dalle primarie emergesse una personalità capace di raccogliere il consenso degli elettorati del Pd e del Movimento 5 Stelle e contemporaneamente parlare al mondo civico, agli amministratori, ai progressisti e ai riformisti che oggi non si riconoscono pienamente nei partiti, sarebbe il risultato positivo di un processo di allargamento. L’obiettivo non è trovare un terzo contro Schlein e Conte. È trovare la persona che meglio riesca a tenere insieme tutti».
A chi sta pensando? «Sono stati fatti diversi nomi, ma penso che una vera novità potrebbe essere Alessandro Onorato, di cui apprezzo il pragmatismo e soprattutto la capacità di mettere in relazione amministratori che vengono da storie ed esperienze diverse. Prima ancora del nome mi interessa ciò che quella esperienza sta provando a rappresentare: un civismo che non si chiude in un recinto e che prova a portare nuove energie dentro una coalizione più larga. Ho trovato significativo che lo stesso Conte, alla Festa dell’Unità, abbia riconosciuto pubblicamente il valore della rete di amministratori che Onorato sta costruendo. Significa che l’allargamento non deve essere vissuto come una minaccia per i partiti. Naturalmente spetta ad Alessandro decidere se e come mettersi in gioco. Ma se decidesse di candidarsi alle primarie per la guida della coalizione, lo sosterrei con convinzione. Non contro Schlein e non contro Conte, ma perché penso che quella candidatura potrebbe interpretare l’esigenza di mettere insieme, allargare e rendere il centrosinistra più competitivo.»
Il suo sostegno a Onorato segna anche l’inizio di un nuovo percorso politico personale? «La mia cultura politica è quella del centrosinistra, progressista e riformista. Ma non credo che oggi la politica abbia bisogno di nuovi recinti. Mi interessa contribuire alla costruzione di un’alternativa che parta da quel campo e sappia andare oltre, coinvolgendo forze civiche, liberali e riformiste disponibili a condividere un progetto di cambiamento. Non sto costruendo questo percorso pensando a cosa debba fare Cifarelli alle prossime elezioni. Sarebbe esattamente il contrario del mio ragionamento. Prima viene il progetto politico, poi la politica è anche disponibilità ad assumersi responsabilità quando serve. Non avrebbe senso fare oggi professioni solenni su quello che farò o non farò domani. Se in futuro ci saranno condizioni nuove e mi verrà chiesto di dare un contributo, valuterò allora, con la stessa libertà con cui ho assunto tutte le mie scelte. Oggi il punto non è il mio futuro personale. È capire se riusciamo a costruire un futuro per la Basilicata.»
Torniamo infine a Matera. L’estate non sembra avere risolto i problemi politici dell’amministrazione Nicoletti. «Purtroppo no. A Matera vedo ormai una crisi politica permanente. Non mi riferisco soltanto agli ultimi cambi di casacca o alle richieste di assessorati. Il problema è più profondo: la città sta consumando tempo ed energie nella ricerca spasmodica dei numeri necessari a superare l’anatra zoppa, mentre avrebbe bisogno di discutere delle grandi scelte che la attendono. Per questo, insieme agli altri consiglieri di opposizione, abbiamo chiesto un Consiglio comunale straordinario. Non per alimentare la crisi, ma per riportare la discussione nella sua sede naturale e chiedere al sindaco di spiegare alla città se esista una maggioranza politica, su quale progetto e con quali obiettivi. Matera ha davanti questioni enormi: sviluppo economico, università, cultura, infrastrutture, utilizzo delle risorse disponibili e ruolo della città nella Basilicata e nel Mezzogiorno. Non può affrontarle con una maggioranza impegnata prevalentemente a trovare di volta in volta i numeri per sopravvivere. La politica dovrebbe tornare a discutere del futuro di Matera, anziché consumare le proprie energie sul futuro dei singoli protagonisti della maggioranza. La città non può permettersi anni di navigazione a vista: ha opportunità, risorse e responsabilità che vanno molto oltre i suoi confini comunali».